I cittadini vanno in montagna

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L’armamentario da montagna era stato preparato anche con una certa cura per la tre giorni montanara in Val D’Aosta.  Ci eravamo assicurati su quali fossero le condizioni meteo da affrontare a duemila metri, comprato scarpe da ginnastica per le piccole (l’acquisto della domenica di scarponi tecnici da 50 bombe l’uno, anche no, vista la probabilità di un futuro utilizzo ferma al 3%), impacchettato impermeabili e felpe pesanti. Praticamente saremmo potuti stare via una quindicina di giorni buoni.

Il cielo non era molto promettente una volta arrivati alla prima tappa, ma fiduciosi (tanto in montagna un po’ di nuvole ci sono sempre…) abbiamo aspettato la prima funivia per raggiuntgere Chamois, comune dove le macchine non possono circolare; e forse da quella risalita si poteva cominciare ad evincere che la montagna o ce l’hai nel Dna oppure no. Se le bambine erano totalmente indifferenti al salto di 600 mt nel vuoto, ben visibile sotto i nostri piedi (c’è sempre qualche turista che nell’impulso non richiesto di divulgare, spiega nel dettaglio ciò che avviene intorno a lui) noi ci guardavamo intorno – scrupolosi di tenere la linea dell’orizzonte il più alto possibile e mai, MAI abbassare la testa. 

Finita la salita e ripresa la normale pulsazione cardiaca, facciamo fronte alla prima vera necessità da gestire: il cibo.

Entriamo in un alimentari e ne usciamo con i panini più grossi che la storia ricordi, non contenti aggiungiamo un tubetto di maionese (cos’è un panino senza maionese?) e una sleppa di Fontina.

Solo dopo l’acquisizione di un duemila calorie si possono raggiungere i duemila metri.

L’aria è ben diversa da quella di casa, decido quindi di prendere una maglia con le maniche lunghe – benché qualche turista straniero caloroso (fattosi di parapampolo o genepì questo non è chiaro) cammini in maglietta, la temperatura è da autunno in Val Padana – ma scopro che per sbaglio ho preso su un paio di leggins neri.

E’ lo stesso, l’aria di montagna sulla seggiovia mi temprerà!

E cosa importa se tutti quelli che incrocio sembrano usciti da un negozio Patagonia, caldi e confortevoli, pronti per l’attacco al Cervino!

Nella seggiovia ci dividamo, io tengo la piccola di fianco e per il terrore che possa sgusciarmi da sotto le mani giù nel burrone, nel fare la foto ai due dietro, faccio cadere il tappo della macchina fotografica.

Si arriva in vetta, con splendida vista del lago. Meglio fare una sosta al bagno prima di inoltrarsi nei sentieri.

Tre femmine insieme in un bagno, quasi sempre scatenano la reazione dell’unico maschio, ignaro dei complessi meccanismi che richiede l’igiene personale femminile, che grida: “Avete finitooo??”.

Quando usciamo, lui, è laconico nel suo: “Comincia a piovere”.

“Prendiamo le giacche a vento”.

“Le abbiamo lasciate in macchina”.

Due minuti dopo, ma con la consapevolezza di un record raggiunto – i dieci euro spesi nel minor tempo possibile – rimontiamo in seggiovia. Praticamente siamo saliti in seggiovia per andare al cesso.

Il viaggio in giù è il più lungo della storia.

Potrebbe anche essere un’allucinazione da altitudine ma ho la sensazione che tutto il mondo ci stia guardando, sotto la pioggia, e pensi a quanto degenerati siano questi due genitori che abbracciano le figlie inzuppate, in maniche corte, e calzoncini.

Quel che non sanno è che almeno, non le abbiamo fatte morire di fame. 

Nel ritorno c’è posto per perdere nel vuoto anche la sleppa di fontina, per gli stessi motvi citati poc’anzi.

Questo è quello che accade, quando i pivelli di città si spostano ad alta quota. 

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