Donne & outlet

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Gli outlet mi incutono da sempre, a livello inconscio, un certo timore, è per questo che non ci vado mai.

Sarà per via delle luci al neon che avvolgono la cornice scenica in una bolla asettica, delle persone affamate di trovare l’affare d’oro, degli odori della folla che si mescolano in un unico grande puzzo di minestrone (specialmente in inverno) o semplicemente il fatto che non amo fare shopping.

Sabato mattina però, in barba ai miei buonissimi propositi di schivare ancora una volta la richiesta di mia sorella – maga ed esperta degli outlet in tutta Italia – sono partita alla volta di Bologna per visitarne uno dove avrei potuto trovare un cappotto firmato a prezzo stracciato, naturalmente delle collezioni passate, ma siccome le mie conoscenze ignorano anche le nuove, il rischio di venire ‘smascherata’ era praticamente nullo.

La formazione di partenza era composta da quattro donne, due delle quali poco avvezze allo shopping chiccoso.

Dopo un’ora di guida, varchiamo l’ingresso ed immediatamente ci disperdiamo senza neanche un accenno, tra i corridoi ben ordinati e divisi per capo e taglia.

Per circa dieci minuti non rivedo nessuno, ognuna inghiottita dalla febbre dell’acquisto.

Questa è la prima lezione dell’outlet: anche la donna più restia alle compere, in posti di perdizione come questo, diventa una peccatrice indemoniata, e riposta con cura la borsetta in un luogo sicuro, inizia la sonata tra le grucce con dita agili ed esperte come se l’avesse fatto da sempre.

Mia madre è una trasformista da circo. Un secondo ed entra nel camerino con un cappotto firmato, l’attimo dopo sta provando un abito, mezzo secondo dopo ne esce con una giacca a vento. Sono quasi certa che potrebbe avere un buon successo nella famiglia Orfei. Con occhio pallato e pupilla dilatata, supplichevole, cerca il nostro sguardo di approvazione per sistemare il capo nella sacca degli acquisti.

Mia sorella però, la personal shopper di famiglia – guru incontrastata del buon gusto per tutti i prezzi – non mostra pietà filiare e la stronca più volte con un minimo cenno del capo oppure platealmente con un”ti fa la vita larga”. E con la stessa brevità, gira i tacchi verso gli abiti taglia 42. D’altronde, una personal shopper non deve avere misericorida, ma far uscire la propria cliente con gli acquisti migliori per il suo fisico e le sue tasche.

L’amica di mia sorella, con la quale prima di entrare si era detto a denti stretti, senza farci sentire dalle altre “cerchiamo di stare qui dentro al massimo un’ora”, gira con una borsa stracolma di roba, sta comprando anche per la madre e la sorella e non mostra segni di cedimento. Quando avverto le prime avvisaglie di noia, cerco un suo sguardo di complicità, ma lei si è tuffata tra le borse di pelle e capisco che anche lei, è stata ammorbata senza scampo dalla febbre dell’outlet.

Dopo aver provato tre cappotti, opto per uno in stile Anna Karenina e visto che il tempo totale dell’acquisto è stato di circa sette minuti e mezzo, provo a ravanare nelle maglie a otto euro provandone qualcuna. Dopo venti minuti ho pagato e comincio a vagare senza meta per il negozio.

In giro sono quasi tutte donne, i pochi uomini tengono il cagnolino al guinzaglio da una mano e la borsa della moglie dall’altra. Sono appoggiati alle colonne in riverente silenzio, guadano in basso per non interferire, hanno l’espressione rassegnata e sanno che potrebbero stare lì per molto tempo ancora.

Dopo circa tre quarti d’ora, capisco un’altra cosa: è fisiologico e prima poi arriva per tutti che dopo un certo periodo di tempo, si cominci a gironzolare privi di meta alzando meccanicamente il braccio per sfogliare distrattamente i capi.

Il che mi porta ad un’altra, importantissima lezione: andare sempre soli all’outlet, al massimo col valletto di compagnia che ad un cenno, fila via veloce come il vento.

Ma soprattutto, comprendo nel profondo l’insegnamento più importante: mai dire mai.

E temo, nell’intimo, che potrei rimettere ancora piede in questo posto di dannazione.

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