I favolosi cartoni anni ’80

creamy

Deve esserci una formula speciale in grado di garantire il successo immortale a quei cartoni per bambine che hanno spopolato in Italia durante gli anni ’80.

A onor del vero, anche quelli per un pubblico più maschile nati negli anni ’70 come Mazinga Z e Jeeg Robot d’acciaio non erano affatto male (mio padre si fermava al bar con gli amici a guardare gli episodi che andavano in onda alle sette di sera).

Tuttavia quando la sigla partiva e la voce di Cristina D’Avena intonava le prime note – che noi tutte cantavamo all’unisono, molto meglio che il coro dell’Antoniano – si creava una reazione orgasmica che nessun robot poteva aspirare a eguagliare.

Non ricordo più come, ma alcune mie compagne di classe rintracciarono il numero di casa di Cristina D’avena, credo a Bologna, e di nascosto nella camera dei miei (all’epoca le telefonato extra-urbane si pagavano care) passai più di un pomeriggio nel tentare di raggiungerla. Purtroppo non riuscii mai a parlare con lei, ma potei dire l’indomani a scuola di aver chiacchierato con la madre, o forse era solo la colf filippina, chi lo sa. 

Cristina D’Avena a parte, i cartoni come Creamy, Magica Emi e Occhi di Gatto, sono grandi capolavori per i più piccoli, perchè come una grande opera d’arte o una bellissima donna, hanno saputo resistere ai segni del tempo e della tecnica, conservando la difficile capacità di creare magia, cosa che non riuscirà a Fragolina dolcecuore, a Peppa Pig o agli Zonzoli di oggi.

Negli anni ’80, il non plus ultra per le bambine era poter dimostrare di avere qualsiasi tipo di potere magico; si passavano le giornate a costruire improbabili bacchette magiche di carta, ci si nascondeva dietro gli alberi per trasformarsi, si pasticciava con acqua e erbe per creare pozioni miracolose.

Iniziata la stagione di Occhi di Gatto, trascorrevo invece interi pomeriggi a costruire i bigliettini come quelli delle gatte (disperandomi ogni volta che non si conficcavano nel muro come riusciva a loro) o rubando qualche anello di mia madre…

Senza televisione nè satellite, un pomeriggio particolarmente ozioso, ho scaricato per le miei figlie alcune puntate di quei mitici cartoni anni ’80, confermando che a distanza di trent’anni non solo gli episodi erano avvincenti per me come lo erano stati allora, ma le mie figlie sono state catturate per sempre nel vortice di Creamy.

La sigla iniziale di Creamy mi è tornata alla memoria all’istante, a riprova che della sempiterna C. D’avena ero stata una vera fan anche se poi, dieci anni più tardi, avrei preferito poter dire che il mio primo concerto era stato a Milano a vedere iGuns ‘N Rosese non al palazzetto dello sport di Parma a cantare le sigle dei cartoni…

Ora sono loro che girano per casa chiamandomi ‘Candida’, fingendo di trasformarsi nel bagno, chiedendomi di costruire i bigliettini di Cat’s Eye, supplicandomi di vedere “l’ultimo episodio”, con la differenza che ai miei tempi si aspettava Bim Bum Bam e in mezz’ora tutto finiva, mentre adesso con un click sulla tastiera, Creamy arriva per restarci quanto vuole. 

Piccole gioie che mio marito ha iniziato ad assaporare solo vicino ai quaranta, in America – causa propaganda anti-nipponica – i cartoni del Sol Levante erano banditi, e lui è cresciuto a suon di Tom e Jerry e Willy il Coyote.

In fondo, qualcosina possiamo ancora insegnare a questi americani.

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