Eredità nascoste

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Mentre accompagnavo i miei suoceri – facendo quasi venire uno sciopone al padre di mio marito  – lungo una vecchia mulattiera che conduce ad una chiesetta sperduta sui monti dietro Levanto, riflettevo sul bagaglio non genetico che passiamo ai nostri figli.

Si sottolinea con frequenza se un figlio eredita gli occhi azzurri, i capelli ricci, la tendenza a ingrassare dell’uno o il colesterolo troppo alto dell’altra, ma le cose che vengono trasmesse ai nostri figli vanno oltre il dna.

Di solito sono quelle caratteristiche che anni dopo, da adulti, si comincia prima a riconoscere per poi disdegnare, e solo con tempo e fatica si prova a smantellarle, pezzo a pezzo, dal nostro patrimonio filiale.

Sono quegli aspetti che piantano radici profonde nella personalità, poco visibili ad occhio nudo, per natura poco appariscenti, ma che con tenacia finiscono per fare presa a nostra insaputa: il vizio di mangiarsi le unghie, il dire parolacce, la capacità di lamentarsi sempre di un certo tema, un tic o una posa, la tendenza alla paura.

Il sentiero sul quale ci trovavamo è un sentiero che nessuno percorre più, salvo qualche tedesco amante delle camminate, si stende lungo il crinale che separa due valli ed era un tempo attraversato dai pellegrini per raggiungere il luogo di culto.

Dopo il primo tratto tra due uliveti, la salita si fa più impervia lungo pini, lecci e corbezzoli in perenne mezz’ombra, terra di faine, volpi, tassi e cinghiali, il traguardo ricompensa della sudata.  Sulla via del ritorno, la mia figlia più grande – amante delle arrampicate all’aria aperta – ha iniziato a staccare il gruppo dirigendosi nel folto del sentiero. Da mamma ancora troppo di città, ho messo il turbo anch’io, seguendola.

All’apice della gioia, che nella semplicità dei bambini si traduce in una corsa senza freni, correva per il pendio tra rovi e boscaglia, nel silenzio della natura, incurante dei pericoli che la mia mente partoriva.

Nel seguirla prestavo la massima attenzione ad ogni rumore che potesse nascondere un’imminente minaccia, frutto di racconti e storie drammatiche che chiunque si sente legittimato a condividere.

Il cinghiale che spunta da dietro un anfratto e recide in un attimo la vena femorale dello sprovveduto, una vipera caduta dall’albero e finita nella maglietta sbottonata, un nido di calabroni che in un attimo si scaglia sul malcapitato.

Storie più o meno tragiche di un umanità che ha dimenticato il suo passato e la comunanza con la natura, e che una volta ascoltate restano più appicciate alla mente di una cicca alla scarpa.

L’istinto di condividere i miei timori con mia figlia è stato molto forte, parte di me voleva metterla in guardia, proteggerla, avvertirla in caso di futura necessità… 

Ma quante probabilità avevamo di trovarci veramente in pericolo?

Dentro di me, sapevo anch’io che le chances erano pochissime.

Il pericolo, era solo nella mia testa, e di tutte quelle che cedono al peso della paura altrui.

Abbiamo corso, lasciandoci dietro gli altri, fino alla stradina asfaltata: io, vigile ma ostinatamente silenziosa, lei, beata come tutte le bambine di cinque anni in mezzo a un bosco profumato.

Per crescere figli forti, bisogna prima cominciare da se stessi.

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