Età e cambiamenti di vita

anziano in paracadute

 

Ieri a pranzo ho conosciuto una coppia di settantenni americani amici dei miei suoceri, di passaggio alla Cinque Terre ma ormeggiati con la loro barca a vela da dodici metri, nel molo vecchio del porto di Genova.  Hanno navigato e pernottato nei porti di Sardegna, Corsica, Elba e lungo la costa ligure per poi fermarsi qualche tempo nella città della lanterna. Ogni anno lasciano la California per svernare con la loro barca a vela nel “Med” (già, così lo chiamano i ricchi stranieri il Mediterraneo) restandoci mesi.

Non male! Anche perchè oltre alla barca e alla casa a San Francisco, ne possidono un’altra sul lago Michigan dove vivono i miei suoceri. Questa sì che si chiama una vecchiaia serena! Altro che pensione minima… 

Quest’anno però, una volta riportata la barca in un cantiere navale della Florida, ne disporranno la vendita.

Un loro amico, qualche mese fa, è morto sulla sua barca, in acque internazionali, mentre probabilmente sorseggiava un cocktail Martini con tanto di oliva, facendomi – per qualche strana ragione – pensare alla pubblicità con Charlize Theron del ’93.  Storie di questo tipo, tra i loro amici amanti del mare, sono diventate sempre meno rare, mi diceva la moglie, una bella signora un po’ troppo infarcita di Prozac.

“Bisogna pensare che a una certa età non si possono più fare le stesse cose di una volta”, ammetteva saggiamente con tono suadente e un bicchiere di bianco ghiacciato tra le mani accuratamente smaltate.

E se mentre sono sicura che questa coppia di arzilli settantenni troverà senz’altro un’altra via per trascorrere nell’agio e nella comodità i propri inverni, il quesito rimasto nell’aria, resta.

Invecchiando – senza necessariamente essere vecchi – si resta attaccati ad un mondo passato che fino a un certo momento ci ha rappresentato al pubblico esterno; nostalgicamente fissati alle consuetudini di un tempo che ci identificano come un abito che calza a pennello, cambiare risulta difficile, percepito il più delle volte come una sconfitta.

L’accettazione – e non rassegnazione – come diceva sempre il mio saggio e giovanissimo amico ottuagenario, diventa ardua da digerire senza il rischio di essere vissuto come un’inconfessata resa alla vita.

La scelta diventa personale e molto soggettiva.

Mia suocera, sessantottenne che “si sente fisicamente come quando ne aveva trenta”, è l’esempio di come sia complicato, in un certo senso, mollare la spugna.

Acciaccata, come ogni volta succede quando viene a trovarci (tanto da ribattezzare l’insidia “il raffreddore ligure”), dopo aver consumato una decina di confezioni di fazzolettini di carta, tossito tutta notte, con occhio lacrimoso e naso rosso, rifiuta qualsiasi forma di medicamento. La nostra dispensa di medicina scoppia di confezioni ma guai ad “abbassarsi” a prenderne una.

Ieri sera, invece di riposare godendo di un sonno riparatore, ha guardato fino alle cinque del mattino la seconda partita di baseball del World Series sul suo ipad, e questa mattina, comatosa, è collassata su una poltrona in giardino (N.B. io non l’ho mai vista in dodici anni fare una pennica al pomeriggio). Ma alla domanda “ti sei riposata?”, ha risposto “Oh, no, non stavo dormendo…” E questo pomeriggio è voluta andare a camminare su un sentiero al limite della ferrata, e ora sta cucinando i deviled eggs con le bambine.

Mia suocera, come tanti e forse anch’io, continuerà a “sentirsi” una ragazzina fino al giorno in cui le batterie le si spegneranno tutte d’un colpo, credendo fino ad allora follemente, che gli anni passano solo sulla carta d’identità.

Perchè per certe persone, accettare i propri limiti, è l’unica sfida con cui non vogliono misurarsi.

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