Prove di matrimonio: scelta del vestito

bridezilla

 

Cinquant’anni fa, Sally si sposava in un paesino del Michigan. Lo stesso giorno, una delle sue migliori amiche faceva lo stesso. Siccome erano entrambe invitate al matrimonio dell’altra, decisero di abbattere i costi scambiandosi reciprocamente prima il vestito da sposa, e poi quello da damigella d’onore (le cerimonie erano una al mattino e l’altra alla sera). Nessuno se ne accorse e vissero tutte e due felici e contente.

Mia madre prese in prestito dalla cugina il vestito da sposa, lo personalizzò indossando un cappello a tesa larga e risparmiò così un bel gruzzoletto.

Storie di questo tipo, qualche decennio fa, non erano affatto inusuali, mentre adesso l’idea di vestire l’abito di qualcun altro, suonerebbe quasi sacrilego.

Anch’io – seppur lontana dall’immagine della bridezilla, maniacale nell’organizzare il matrimonio perfetto – non avrei indossato un vestito di seconda mano.

Il primo impatto con un abito da sposa è stata un’esperienza da non augurare a nessuna…

Ero andata con mia sorella in un negozio del centro che vendeva vestiti da cerimonia, tra cui anche quelli da sposa, e quando le commesse – in coppia come i carabinieri – hanno sentito che non avevo intenzione di vestirmi di bianco, hanno scosso la testa orripilate e tentato di farmi cambiare idea. 

Da quel momento, sono passata nella categoria ‘sposa di serie B’.

Dopo aver tirato fuori svogliatamente vestiti dai colori improponibili, in netta concorrenza con lo stile ‘Loredana Bertè a nozze con Bjorn Borg’, sono finita dentro un abito da odalisca.

Forti di una pressione psicologica che ormai esercitavano sulla mia labile mente, sono riuscite con l’insidia a farmi provare il “vero abito da sposa”, bianco. Manco fossi stata vergine sarei riuscita a metterlo…

Quel pomeriggio, ho concluso la mia giornata nel bar dell’angolo con in mano un bicchiere di prosecco e mia sorella che già preparava il piano b.

Tre vestiti dopo, in un’altra boutique, facevo la conoscenza con il vestito che avrei poi scelto, uno splendido vestito lilla!

Credo che nel fondo, quel che faceva a pugni con la mia personalità, fosse quel senso di solennità che ruotava intorno all’evento, alimentato in primis dagli addetti ai lavori.

Mia sorella si sposerà a giugno e questo fine settimana ho imparato molte più cose sugli abiti da sposa che se avessi preso in abbonamento Sposabella per un anno.

Niente può e deve essere lasciato al caso e la commessa – in quel momento seconda solo a Dio – è lì per ricordarlo.

La scelta è praticamente infinita: stile sirena o mezza sirena, minimal alla Audrey Hepburn o pizzi e ricami alla Grace Kelly, gonna di tulle (fate attenzione, gli strati si possono togliere se l’effetto è troppo a campana) o di organza, optare per un pizzo in macramè o liscio, un bustino a cuore o con taglio dritto, uno corto o a vita bassa.

Si possono rimuovere i fiori posticci e le cinturine nel caso non piacciano alla sposina, abbinare giacchini ricamati o stole in lana se la stagione è ancora fresca.

Nessun problema a cambiare tonalità di colore, andare da un avorio a un panna, passando per un seta naturale ma che non vi salti in mente di indossare un bianco bianco, creerebbe lo stesso effetto del gesso.

E poi ci sono i veli: lunghi, corti, a taglio vivo, con ricamo, in pizzo spagnolo o con bordino in seta.

Acconciatura raccolta, semi-raccolta o sciolta? Ebbene, tutto dipende dal vestito.

Non c’è mai fretta di decidersi subito ma “la prima che arriva, meglio alloggia”, i negozi seri non vendono lo stesso vestito a due spose diverse, e a quel punto, si tratterebbe di un altro giro di giostra. 

Insomma, l’abito da sposa è per una donna essenziale come il cacio sui maccheroni.

Anche la donna meno preoccupata alla necessità dell’evento – come la mia buona amica E. – sa quale sarà il suo vestito da sposa: quello apparso nella collezione Mariella Burani del 2004.

Perciò, a ognuna il suo, finchè morte non vi separi.

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