Belin, come sono ligure

dialetto ligure

Inserirsi in un posto nuovo  e per di più in una Liguria ancora abbastanza rurale (se escludiamo la parte glamour fatta di milanesi, torinesi e parmigiani che arrivano a frotte in estate nella loro casa al mare) non è facile.

I liguri sono i primi a riconoscersi “chiusi”, e una delle spiegazioni più gettonate è quella che avendo il mare davanti e i monti dietro, il loro orizzonte è sempre stato in qualche modo delimitato, caratteristica poi riflessa nella loro personalità.

Si potrebbero aprire divagazioni infinite, e di storie di immigrati italiani e stranieri, passati e presenti, mai integratisi in città più o meno progressiste, ce n’è per tutti i gusti.

La presunta “chiusura ligure” (se escludiamo la ridotta loquacità dovuta più a riservatezza nella maggior parte dei casi che ad altro) non mi pesa e francamente non la avverto; certo, dire che siamo sommersi di inviti mondani potrebbe essere azzardato…

Sentirsi parte di una comunità richiede tempo, ci sono persone che durante tutta una vita non l’avvertono mai, volgendo continuamente lo sguardo alle spalle con un certo rimpianto.

Nel mio caso, ci sono voluti un paio di anni e il riconoscimento è arrivato qualche giorno fa. 

Eletta a tradimento rappresentante dei genitori (le dinamiche non sono mai state chiarite ma investigherò) mi sono trovata a preparare sacchetti di caramelle, da dare ai bambini dell’asilo durante la festa di natale.

Del gruppo presente, ero l’unica foresta.

Anche se i riferimenti di cui parlavano erano a me sconosciuti, così come la gente o i fatti del passato, ho avvertito un legame che cominciava a rinsaldarsi.

In fondo, anch’io io vivo lì e non ho intenzione di andarmene tanto presto. 

E come in quelle lezioni full immersion di lingua straniera  dove sembra di non capire niente, e invece si torna a casa sapendo di aver imparato più di quanto si credesse; anch’io cominciavo a stringere, timidamente, la mano a quella lingua oscura che è il dialetto.

Belin, come son diventata ligure! 

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