I finti moralisti e Miley Cirus

miley cirus

Da alcuni giorni tiene banco in America – ma pure oltreoceano l’interesse non è da meno – un dibattito che sulle prime pensavo sarebbe scemato con la solita scrollatina di spalle.

Fonte della discussione è la controversa performance della cantante-attrice Miley Cirus sul palco degli Mtv Video Music Awards dove ha cantato e ballato discinta, con movenze e strusciamenti presi in prestito dal mondo hip-hop; ostentando un repertorio per altro già visto da altre prima di lei, vedi Madonna, Britney Spears o Cristina Aguilera, solo per citarne alcune.

Le femministe sono insorte avviando il dibattito se quel tipo di spettacolo non degradi l’immagine della donna – ma a quel punto bisognerebbe ritirare dal mercato praticamente tutti i video dance e hip-hop in circolazione – e se così comportandosi si possa realmente parlare di liberazione/emancipazione femminile.

Altri ancora hanno gridato allo scandalo parlando di furto artistico dal mondo dell’hip-hop, retaggio prettamente della cultura nera, e questo ha aperto un nuovo dibattito, ancor più ampio sulla tematica razziale in America.

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Cittadinanza italiana e controsensi

Passaporto

Con il XIV emendamento della Costituzione degli Stati Uniti D’America datato 1868, si garantisce a tutte le persone nate sul suolo americano, il diritto di diventare cittadino americano.

In parole povere, un bambino nato da genitori clandestini arrivati dal Messico – per citarne uno – ottiene in automatico diritti civili e politici a stelle e strisce.

Paolino e Sonia nati in Italia da genitori siriani in possesso di regolare permesso di soggiorno, iscritti entrambi alle scuole elementari, rimangono tutt’ora solamente cittadini siriani.

Douglas, americano in Italia da dodici anni – sposato ad una cittadina italiana  – è in attesa di ottenere la cittadinanza italiana. Dopo due anni dalla presentazione della pratica, non sa nulla sullo stato della stessa, ed è probabile che dovrà attenderne un altro paio, prima di ottenere il passaporto italiano e il diritto di voto.

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Una gita al consolato

bandiera_americana

Il gallo questa mattina ha cantato alle sei.

In ritardo di quindici minuti sulla strettissima tabella di marcia, siamo montati in macchina già fradici.

La A12, il tratto autostradale più infame e spaventoso d’Italia, offriva un mix di tir e furgoni che sfrecciavano sull’asfalto pseudo drenante, in mezzo a un nubifragio ligurian style.

Dietro, rumori di mascelle e cronch – cronch di Pan di Stelle, fendevano l’aria tra un “siamo arrivati?” e un “No! dormite da brave”.

A venti minuti dall’entrata di Milano, il cartello che non vuoi vedere quando hai i minuti contati per arrivare in tempo al temutissimo Consolato generale degli Stati Uniti D’America: Code.

Alle nove e venti usciamo dell’autostrada, l’appuntamento è per le dieci.

Arrivati in Viale Liguria, un traffico furibondo di macchine e scooter che si insultano a vicenda, ci fanno capire che non arriveremo mai in orario. 

Dai sedili posteriori, la voce di Capitan Uncino tormenta ogni fibra del mio corpo già ampiamente provata, eppure rimane l’unico modo per rabbonire le due iene che svestite e gonfie di brioche e biscotti, ora vogliono uscire.

“Siamo arrivati a Parma?”

“Noooooo” urliamo in sincro io e mio marito”

Sembriamo Fantozzi e Filini persi a Milano con macchina appannata e cartina alla mano.

In Piazza della Repubblica, succede l’impronunciabile: sbagliamo strada.

Siccome non dovremmo essere lontani decidiamo di parcheggiare, al massimo ci daranno lo terza multa consecutiva e il premio fedeltà della municipale di Milano.

Piove a dirotto, esco per chiedere dove si trovi Via Turati; non si trova un milanese neanche a pagarlo.

Cominciamo a correre in versione asini da soma con le bimbe in groppa, il Consolato sembra un miraggio onirico.

Siamo venti minuti in ritardo e temiamo il trattamento americano del tipo, NEXT”.

Bisogna capire se prevarrà la politica italiana o a stelle e strisce.

All’ingresso, l’agente della sicurezza è italiano, no problem. Forse perché siamo trafelati e le bimbe gocciolanti.

La novità di questo giro è che non si può entrare con la borsa, bisogna depositarla o in una cassetta di sicurezza vicino o al bar di fianco.

Noi, andiamo al bar. 5 euro per il deposito, grazie.

Si ritorna in fila. Un’americana sui quarantacinque arriva dopo di noi. Le dicono che deve lasciare la borsa al bar o in un altro posto dove vuole lei.

“Aspeta momento. Mi sta discendo che devo lasciare borsa in un bar?”

L’agente le ripete gentilmente le regole, per altro, decise dal suo governo.

“Wait a minute. Are you telling me that in order to renew my fricking passport I have to leave my purse in a random bar? In ITALY????”

E scoppia a ridere. Poi, si rivolge a noi.

“I’ve lived enough years in Italy to know not leave my purse in a bar!!

E mio marito: “e io ho vissuto abbastanza a lungo in Italia per dirti che non succederà niente alla tua borsa”.

Silenzio, l’americana incassa e gira i tacchi; noi invece veniamo fatti passare dentro.

Barack Obama, John Kerry e Joe Biden ci salutano dal muro d’ingresso.

E dopo, fila tutto liscio.

Siamo in America.

Paradossi americani

marito e moglie

Il figlio di un caro amico dei miei suoceri, come uno su due nelle statistiche che parlano di divorzi negli Stati Uniti, qualche anno fa si è separato dalla moglie. Con due figli a carico – la moglie in clinica per dipendenza da farmaci (che fa tanto Elvis ma è incredibilmente diffusa oltreoceano) – di poco trentenne, comincia a respirare dopo anni di incomprensioni con la compagna.

Poco dopo, incontra un’altra donna e nel giro di qualche anno, attraverso una cerimonia più sobria – suvvia si tratta pur sempre di seconde nozze – si consolida la nuova unione.

Ma c’è un problemino.

Lo sposo, neanche quarantenne, già padre di due ragazzi, si è vasectomizzato mentre la sposina di figli non ne ha e reclama il diritto di diventare madre. E’ chiaro che fare da mamma part-time ai figli di lui, non è sufficiente.

Ecco allora che il volenteroso consorte è disposto a ripercorre la strada inversa, per rimettere in funzione quello che anni prima spergiurava di voler mandare in pensione.

Mentre noi facciamo i sentiti auguri al soon (maybe) to be father, non riesco a non pensare ai moltissimi altri casi di uomini come J. che nonostante nel pieno della vita (anche se armati dei migliori propositi, evidentemente non convintissimi di fermarsi al primo porto) decidono di percorrere una strada così definitiva (sì, la vasectomia può essere reversibile ma le percentuali di successo sono basse) quando è chiaro che i matrimoni di primo letto, in America, non sono sinonimo di eternità.

Tanto più che, anche se in presenza di figli ancora piccoli tra i flutti della separazione – i neoseparati (a volte prima dell’ufficializzazione del divorzio, che in America è un niente) si lanciano sul mercato, pronti per frequentare nuovi partner che con insolita fretta, vengono portati in casa e presentati alle rispettive famiglie.

Portare il lutto per un’unione andata a male è forse anacronistico nel 2013, ma tuffarsi a piè pari in una nuova relazione che spesso porta a premature seconde nozze (e conseguenti premature separazioni) sembra altrettanto irrazionale, il che fa ancora più scalpore se riferito ad una cultura non certo famosa per essere passionale o impulsiva.

Il risultato di scelte affrettate è un intrico di parentele degno degli anni d’oro di Beautiful: fratellastri, mezze sorelle, m.o.d.s (my other dad) etc.

Insomma, un casino pazzesco! E surprise! surprise! chi raccoglie i cocci sono i figli stiracchiati tra affidamenti improbabili, doppi guardaroba e giocattoli compensatori.

Sono figlia della generazione che non divorzia (e nel pieno della generazione che non si sposa) e quello che da ragazzina sembrava una pessima scelta da osservare dal di fuori – genitori di amiche chiaramente infelici insieme, ma determinati a restare insieme nonostante tutto – ora non sembra più così insensato.

Perchè se è vero che spesso si prendono decisioni difficili pensando al benessere dei propri figli, non sono più tanto sicura che continui cambi di scenario generino bambini felici.  

La malattia secondo gli americani

ipocondriaco

Questa mattina, una mia studentessa – mentre ripassavamo il passato prossimo –  mi raccontava di come ha passato il giorno del suo compleanno. E’ andata nel cottage dei suoi nonni, sul lago Erie (quante possibilità ci sono che a Levanto ci sia un’americana del Michigan che vuole imparare italiano?) con un’amica. Dopo un paio di giorni, hanno entrambe scoperto di avere le zecche in testa.

A quel punto, hanno deciso di lasciare di corsa il buen retiro canadese.

“Siete andate subito in ospedale, vero?”

“Oh, no.”

“Beh, vi siete fatte visitare da un medico?”

“Neanche”

“Avete preso qualche medicina?”

“No. Abbiamo tolto le zecche e basta”.

Questa è una piccola, meravigliosa storia di eroismo medico americano; gli americani riescono ad essere stoici non solo in guerra, ma anche quando si tratta di malattia!

Come la mia studentessa, milioni di altri americani – costretti anche da un sistema sanitario che non lascia spazio per i cagionevoli né tantomeno per gli ipocondriaci – non corrono dal dottore per ogni piccolo malanno (se non quando strettamente necessario, praticamente in punto di morte).

In una situazione analoga, a contatto con le zecche, un italiano sarebbe andato dritto al pronto soccorso, sulla strada avrebbe chiamato il medico di fiducia, avrebbe googalato su wikipedia “zecca” e scoperto tutto lo scopribile sulla malattia di Lyme, sarebbe probabilmente restato a casa dal lavoro il giorno dopo, nonché vissuto nella paranoia più nera per i seguenti trenta giorni.

Quando si vede un gruppo di italiani alla fermata dell’autobus, agli angoli delle strade, davanti al bar, intenti in conversazioni fitte e succose, non pensate che stiano parlando dell’ultima nottata di sesso con la propria compagna o del fornaio che fa gli occhi da triglia … macché, stanno parlando di chi è morto nel quartiere (con dovizia di particolari sul come), o di una malattia sopraggiunta a qualche famigliare.

E pensare che gli americani sono esposti anch’essi al bombardamento televisivo sui nuovi farmaci nel mercato o sui possibili effetti di terapie sbagliate (pullulano le reclame di avvocati che incentivano i pazienti a intentare causa alle case farmaceutiche); tuttavia nella cultura popolare e in società, parlare di malattie altrui o proprie è assolutamente out.

Gli italiani invece non hanno particolari preoccupazioni di perdere il proprio sex-appeal mostrandosi vulnerabili, e capita spesso di venire a sapere – dalla bocca dello stesso protagonista – che anche il più figo, sia stato vittima di un attacco di diarrea durato trentasei ore.

La figlia di una mia amica, all’età di sei anni, sapeva perfettamente tutti i termini medici legati alle più comuni malattie in età pediatrica poiché la madre l’aveva fornita – terrorizzandola a sua insaputa – di tutte le nozioni di base in caso di streptococco, influenza, acetone, polmonite.

Se dovessero fare una statistica, gli italiani risulterebbo tra i maggiori ipocondriaci nel pianeta.

E ci credo, all’ospedale ti visitano gratis o al massimo per il prezzo del ticket!

I medici di base non sono solo dottori, ma veri psicologi a cui i pazienti si rivolgono quando la moglie o il marito non li sopportano più.

Di fatto poi l’italiano non è mai stato per natura virile ma piuttosto un cascamorto che punta sulla simpatia piuttosto che sulla forza.

Quindi, se state aspettando vostro figlio uscire da scuola e vedete un gruppetto di genitori fermi sul piazzale con aria cospiratoria, state pur tranquilli.

Non stanno sparlando del vostro look da casalinga disperata ma di quante volte hanno vomitato a causa del viruso gastrointestinale o se si conoscono bene, sulla consistenza delle loro feci.

Diritto e castigo delle università. America vs. Italia

compiti

Un’amica americana incinta del primo figlio, mi raccontava che una delle priorità a cui doveva pensare per il bebé in arrivo, non era il passeggino all’ultima moda o il tema Disney con cui decorare la cameretta, ma aprire un conto in banca dove mettere i risparmi che avrebbero permesso al nascituro, diciotto anni più tardi, di andare all’università.

In America, la chiave del successo gira intorno all’educazione universitaria, e la ricchezza accumulata è direttamente proporzionale al prestigio dell’università scelta; un onorevole, piccolo college qualsiasi, potrebbe infatti non essere sufficiente a garantire l’affermazione lavorativa dell’adulto di domani.

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Quando è troppo è troppo

obeso

Io sono una che se le dicono “la carne rossa fa male” , sente la voglia di mangiarsi una fetta di salame.

Se le dicono “il vino fa alzare la glicemia”, si versa subito un bicchiere di Lambrusco.

Se le dicono che “fare movimento tutti i giorni allunga la vita”, sprofonda tra le pieghe del divano subito dopo i pasti.

Sono sospettosa di natura – mia madre sostiene che è una caratteristica di famiglia, la storia racconta che mio nonno avesse “il culo pelato come le scimmie” – e contraria alle mode del momento, tendenze, panacee moderne che anche il vicino di casa riesce a sciorinare.

Ma questo Natale l’ho fatta grossa…

In America per le feste natalizie, mi sono sfondata di cibo preparato dalle mani amorevoli di mia suocera e si sa, la carne è debole. Ad ogni angolo della grande casa, c’era una tentazione che mi chiamava per nome.

E-ri-ca“, sussurrava un biscottino al burro con glassa colorata. “E-ri-ca“, ammiccava un barattolo maxi di noccioline di fianco a un altro di chips. “E-ri-ca“, punzecchiavano le torte fatte in casa dentro il frigorifero.

Se poi aggiungiamo il pranzo di Natale con tacchino e salsa di grasso di tacchino colato – conosciuta anche come gravy – e la nota Jell-O salad, beh, ci sta che ad un certo punto il mio corpo abbia cominciato a dire “basta”.

A una settimana dalla rientro in Italia, il mio fisico ha tentato di riportarmi all’ordine, nell’unico modo che conosce e cioè attraverso la manifestazione di un sintomo, nella fattispecie una serie di sgradevoli – e aggiungerei poco vacanziere – extrasistole.

Sfido a trovare un ipocondriaco che non abbia mai avuto un extrasistole o disturbi legati al cuore come la tachicardia, ma io, sarà stata la vacanza o che ormai ero nella modalità ruspa da tavola (o forse l’ultima psicanalista ha fatto davvero un ottimo lavoro) non ci ho fatto una malattia.

E ho finito in gloria, il giorno della partenza, con hamburger e patatine fritte consumati alle undici e mezza del mattino (prima di salire sulla macchina e fare sei ore di viaggio fino all’aereoporto) e poi, una volta sull’aereo, ho ripulito i vassoi delle mie figlie col menù bambini a base di pollo fritto.

Come risultato dell’ultima maialata, durante il volo notturno, le mie extrasistole non mi hanno dato tregua – una serie ininterrotta di turbolenze non hanno aiutato – e il mattino dopo, arrivata dai miei, ero uno straccio.

Intervistando persone nei mesi scorsi che seguono una dieta fruttariana o crudista, avevo scoperto cose interessanti, sulle quali tuttavia non avevo riflettuto profondamente. Molti di loro mi avevano raccontato che con l’eliminazione di carne, cibi cotti, derivati animali e di conseguenza mangiando meno, erano scomparsi naturalmente alcuni disturbi fisici di cui soffrivano da anni legati alla digestione, alla pelle o al cuore.

Sapevo che non sarei mai stata virtuosa al punto da eliminare tutto in una volta, ma ero altrettanto certa che dovevo far qualcosa per risollevare il mio fisico martoriato dalla dieta americana.

Una volta a casa ho cominciato a seguito una dieta ipocalorica a base di cereali al mattino, pollo o pesce e verdure a pranzo, mentre a cena brodo, frutta e frutta-ortaggio.

“Sacrilegio!” avrebbero comunque rimbrottato i miei intervistati fruttariani, ma era comunque un passo enorme sulla strada della disintossicaizione.

Non ho ancora un riscontro dalla bilancia, anche perché, come tutte le donne che straviziano sanno, non mi sono pesata subito dopo l’arrivo (a quel punto avrei dovuto farmi rinchiudere in una botola per due settimane a pane e acqua), ma un dato importantissimo è emerso immediatamente dopo tre giorni di cura.

Le extrasistole erano scomparse!

A distanza di due settimane sono di nuovo me stessa e padrona del mio fisico  che tuttavia è possibile – tempo il prossimo viaggio – possa tornare a ribellarsi, poiché sono esperta trasformatrice di piaceri in vizi.

Ma per i miracoli, mi devo ancora attrezzare.