Michelle, questa volta…hai toppato!

michelle-hunziker-11-420x506

Michelle Hunziker, la brava e solare conduttrice svizzera è tornata al timone di Striscia la notizia dopo appena quattro giorni dal parto.

Sì, avete letto bene: quattro giorni!

Anche se in realtà, la televisione non l’aveva praticamente mai lasciata – facendo ben sperare gli arguti autori in un prossimo one-man-show direttamente dalla sala parto per l’eventuale terzo rampollo – considerato che subito dopo il parto, in linea con il trend del “vivo, clicco e condivido ” si era collegata dalla sua camera d’ospedale.

Per chi non è passato attraverso l’esperienza del parto naturale, è difficile capire lo stato d’animo in cui ci si trova, e benchè ognuno abbia percezioni ed esperienze diverse, con la mia prima figlia, dopo quindici ore di travaglio, ho passato i primi due giorni con la sensazione di essere stata colpita da un gancio di Mike Tyson.

All’epoca ero più giovane di Michelle, fisicamente in gamba e mentalmente pronta, ma dopo il parto ho vissuto ore di grande disorientamento e sfinimento.

Esiste un periodo temporale, chiamato puerperio e stimato intorno ai quaranta giorni, necessario ad ogni donna che ha partorito – dive nostrane e internazionali incluse – per riprendersi fisiologicamente dai nove mesi di gravidanza (in questa prospettiva quaranta giorni per rimettere le cose a posto, almeno internamente, sembrano niente) e nel quale viene raccomandato tanto riposo e cura di sé.

Il nostro pediatra, quando mi vide al rientro a casa, mi disse di piangere quanto volevo!

Michelle, invece, sostiene che tornando al lavoro a tempo di record, vuole dimostrare che “la maternità non è una malattia”.

Continua la lettura sull’Huffington Post, cliccando qui.

Annunci

La posizione dei pediatri su SOS Tata

sos tata

 

L’associazione Culturale Pediatri, insieme ad altre associazioni, si è espressa recentemente per condannare – chiedendo anche al garante per la protezione dell’infanzia e adolescenza di intervenire a riguardo – il programma SOS Tata, colpevole, a loro detta, di trasmettere immagini lesive della dignità e dell’equilibrio psico-fisico dei bambini.

Sotto accusa, un episodio in cui, secondo quanto emerso dalla lettera, un bambino di un anno veniva lasciato solo nel suo lettino, in camera col fratello, e abbandonato dalla madre che nel frattempo chiacchierava con la tata in cucina, nell’attesa che si addormetasse da solo.

Il metodo di auto-addormentamento, che si rifà al libro del dottore spagnolo Estivil “Fate la nanna”, e applicato dalla trasmimssione – se è veritiera la descrizione fatta dai pediatri – in modo erroneo (la figura materna e/o paterna sono in realtà molto presenti, entrano spesso in stanza, rassicurano il bambino ma non lo prendono in braccio) è un metodo da sempre controverso. Che vede genitori inorridire di fronte alla possibilità di far piangere i loro figli nel lettino (ma attenzione, i bambini non vengono lasciati soli per ore) per poi addormentarsi sfiniti, o che salva letteralmente la vita di molte madri sull’orlo di un esaurimento nervoso, entusiaste del successo ottenuto.

E siccome ognuno è genitore come vuole e soprattutto come può, la scelta di condividere o meno questa tecnica, rimane di carattere strettamente soggettivo.

Tuttavia, l’alternativa che ho visto in molte case di amici e conoscenti, sulla scia della filosofia suggerita dai pediatri, ovvero fornire “cure di tipo prossimale da parte della madre”, pare una strategia ben lungi dall’essere perfetta.

Bambini di tre, quattro anni che si addormentano solo vicino ai genitori, costretti a presenziare per ore raccontando storie, fischiettando canzoncine, stremati dai ritmi quotidiani e che spesso, si addormentano prima dei figli.

La catena della dipendenza notturna dai genitori rischia di non spezzarsi mai, e certi genitori sono i primi a non volerla spezzare (i casi di bambini che dormono nel lettone fino alle elementari sono tutt’altro che rari). Sfido a trovare quel bambino che autonomamente rinunci al privilegio di avere vicino un genitore nel ruolo di pupazzo di pezza.

Le conseguenze di non avere mai un momento di condivisione, di intimità, senza prevedere pause nei turni di lavoro, siano essi a casa o al lavoro, è una delle prime cause di conflitto all’interno della coppia, che inevitabilmente si ripercuote sui figli. Una coppia di genitori infelici e frustrati determina un ambiente famigliare teso, non ci vuole una laurea in pediatria o psicologia per comprenderlo.

Tuttavia, risulta sempre più difficile, per i genitori moderni, riuscire a regalare (senza per questo privare i propri figli di amore e presenza fisica) una certa dose di indipendenza, sia questa nel responsabilizzarli a dormire, vestirsi, mangiare o giocare da soli.

Lascia inoltre perplessi l’atteggiamento dell’Associazione Culturale Pediatri che nel criticare apertamente l’uso o l’abuso di bambini (autorizzati comunque dai propri genitori) disapprovano la messa in onda di certe immagini “soprattutto per quei bambini che magari stanno guardando la televisione”.

SOS Tata entra in programmazione alle 21.10, anche qualche minuto più tardi, il vivo del programma viene di solito raggiunto dopo la mezz’ora, quindi ampiamente dopo le 21.30.

Sottintendere – senza condannare – che un bambino piccolo, e perciò influenzabile negativamente da ciò che vede, se ne stia sveglio in tarda serata davanti alla televisione, quando tutti i trattati di puericultura, pediatria e sviluppo infantile sostengono che andare a letto presto giovi alla salute del bambino, sembra francamente un atteggiamento contradditorio e vagamente irresponsabile.

Forse, oltre che una selezione rigorosa dei programmi in Tv, sarebbe più appropriato limitarne la visione tout court.

Smartphones: utile innovazione o impoverimento sociale?

tecnodipendenze

Oggi ho guardato tutte le pubblicità presenti online di smartphones e – esattamente come il prodotto che vogliono vendere – sono invitanti, seducenti e straordinariamente tentatrici. Finito di guardarle, ti vien voglia di uscire di casa a comprartene uno anche tu – se non ce l’hai – o di fare la fila per essere il primo ad accaparrarsi l’ultimo modello.

Per fortuna, non ho più il pensiero di dover trovare un fidanzato perchè temo che con il mio Nokia 2720 nero con sportellino apribile, non avrei molte possibilità di fare colpo; al primo appuntamento, l’ignaro accompagnatore scoprirebbe il sacrilego catafalco e reclamando una visita al bagno, mi mollerebbe da sola al bar.

Quando uno in possesso di smartphone è in presenza di persone che non ce l’hanno, si comporta come quando da bambini si sfoggiava con orgoglio una nuova Barbie o una macchina rosso fiammante della polizia, esaltandone le qualità al pubblico stregato.

Chi ha uno smartphone sostiene spesso con convinzione che l’averlo, gli ha reso la vita più facile; il che, grazie a molte App disponibili sul mercato, è indubbio.

C’è chi in vacanza in Giappone, può consultare gli orari dei treni in tempo reale, chi trova la cartina di una città o l’itinerario più breve in pochi secondi, chi usa il traduttore simultaneo quando si trova all’estero, e chi non riesce più a fare a meno del calendario mestruale.

Continua la lettura sull’Huffington Post, cliccando qui.

I finti moralisti e Miley Cirus

miley cirus

Da alcuni giorni tiene banco in America – ma pure oltreoceano l’interesse non è da meno – un dibattito che sulle prime pensavo sarebbe scemato con la solita scrollatina di spalle.

Fonte della discussione è la controversa performance della cantante-attrice Miley Cirus sul palco degli Mtv Video Music Awards dove ha cantato e ballato discinta, con movenze e strusciamenti presi in prestito dal mondo hip-hop; ostentando un repertorio per altro già visto da altre prima di lei, vedi Madonna, Britney Spears o Cristina Aguilera, solo per citarne alcune.

Le femministe sono insorte avviando il dibattito se quel tipo di spettacolo non degradi l’immagine della donna – ma a quel punto bisognerebbe ritirare dal mercato praticamente tutti i video dance e hip-hop in circolazione – e se così comportandosi si possa realmente parlare di liberazione/emancipazione femminile.

Altri ancora hanno gridato allo scandalo parlando di furto artistico dal mondo dell’hip-hop, retaggio prettamente della cultura nera, e questo ha aperto un nuovo dibattito, ancor più ampio sulla tematica razziale in America.

Continua la lettura sull’Huffington Post, cliccando qui.

Uomini umanamente emancipati

donne felici

Quando S. è rimasta incinta, il tipo di contratto che la legava al teatro in cui lavorava, non le permetteva di ritornare al suo posto di lavoro subito dopo la maternità. Così per cinque anni è rimasta a casa ad accudire i due figli piccoli.

Nel frattempo, piccole cose sono cambiate nel teatro (ad esempio la sperimentazione di periodi limitati di part-time) e da settembre tornerà al lavoro con un contratto di due mesi.

S.è al settimo cielo!

Come solo una donna che ogni giorno, per trecentosessantacinque giorni all’anno, moltiplicati per cinque, ha provato l’esperienza (splendida o soffocante, la valutazione è altamente soggettiva) di restare a casa e pianificare, quasi unicamente – e su per giù in questo ordine – di: pulire, fare la spesa, preparare il pranzo, fare un giretto al parco giochi, mettere a letto i figli, preparare la cena; vivendo in una bolla di ermetico isolamento.

Anche suo marito è felice per lei.

E non solo per le ovvie ragioni economiche, ma perchè ha capito –  osservandola nei lunghi mesi, ferma, sulla porta di casa – che racchiudere la vita unicamente intorno alla cura dei figli, per molte donne di oggi può non essere sufficiente.

“Potrà avere nuovi stimoli, parlare con adulti e scambiare idee, magari ricevere i complimenti di qualche altro uomo”.

Quanto vere suonavano quelle parole!

Continua la lettura sull’Huffington Post, cliccando qui.

Salviamo le nonne da loro stesse!

nonni anziani

 

La nonna di Rebecca la insegue accaldata lungo tutto il bagnasciuga. La nipotina, come qualunque bambino di città che si ritrova al mare, saltella da una parte all’altra della spiaggia, giocando con gli altri bambini. La nonna è la sua ombra, terrorizzata che si bagni con l’acqua (mah?), che rubi i giochi degli altri bimbi, che si perda, che faccia qualcosa di sconveniente, che sudi. E intanto lei – la nonna – arranca nel marcarla a uomo, come potrebbe annaspare una signora vicina ai settanta che cerca di stare al passo di una cinque. La settimana della nonna, custode della nipote mentre i genitori sono in città, si profila lunghissima.

La nonna di Emma tiene in braccio la nipotina di qualche settimana, la culla con amorevole cura – la figlia ha ricominciato a lavorare nel negozio di sua proprietà – ma nè il dondolio, né il ciuccio riescono a calmare la piccola da quella che ha tutta l’aria di essere la classica colica gassosa tipica dei neonati. Ci si sente già solidali nel vedere una madre alle prese con un neonato che non ne vuole sapere di placarsi, ma presenziare alla stessa scena con protagonista una nonna – che per tutto il giorno supplisce il ruolo della madre naturale –  è un colpo al cuore.

N. tiene i suoi due nipoti quasi ogni weekend da quando sono nati perché i genitori, fanatici di qualsiasi tipo di sport, il fine settimana vanno a vedere le partite allo stadio o passano la serata per locali con gli amici. E quando non ci sono i nipoti, tiene a pensione il loro nuovo cagnolino che – da cucciolo quale è  – fa la pipì ovunque.

Spesso si sente dire che senza i nonni l’Italia andrebbe in rovina, con pochi insufficienti negli asili comunali, i bambini vengono parcheggiati a casa dei nonni che, oltre a garantire uno sgravo economico, offrono affetto assicurato.

Continua la lettura sull’Huffington Post, cliccando qui.

E’ tempo che le madri di oggi smettano di giustificare i loro figli maschi

Prima di avere figli, spesso le coppie di futuri genitori, stilano decaloghi su quello che loro non faranno mai, una volta che un figlio entrerà nella loro vita.

Li si sente ripetere frequentemente “Ah, io questa cosa non gliela farò mai fare” oppure “mio figlio mangerà ogni quattro ore, niente ciuccio, a letto presto, due ore di passeggiata al parco tutti i giorni e solo verdure biologiche”.

Sono molte però le certezze che vengono scardinate una volta in prima linea.

Le mie figlie hanno passato da non molto la fase dei pannolini, pappette e nanne, ma le lotte sull’educazione non sono finite, anzi, si fanno ogni giorno più ostiche.

Anche noi rientramo nella catogoria dei “ridimensionati”, cioè di quelli che hanno dovuto ingoiare (magari con un po’ di bicarbonato) alcuni compromessi sulle regole ferree che si sperava di seguire ciecamente, prima che i figli nascessero.

Giorno dopo giorno, disillusione dopo disillusione, una o due cose le abbiamo imparate anche noi…

Continua la lettura sull’Huffington Post e clicca qui