Quasi pronti…

Avessi saputo che il makeup del nuovo blog sarebbe durato quasi quanto la mia terza gravidanza, avrei iniziato il concepimento molto prima!

Ma…sia per quella reale che per quella virtuale siamo agli sgoccioli, e credo che la seconda batterà (ahimè) la prima al fotofinish. 

Quindi…nel giro di pochi giorni (ore?) vitadacasalinga tornerà operativo e dunque, oh voi fedelissimi, potrete riscrivervi per ottenere mie news in tempo reale.

La terzipara sdoppiata,

Erica 

 

 

Comunicazione di servizio

A TUTTI COLORO CHE SEGUONO IL BLOG RICEVENDO UN’EMAIL O COMUNICAZIONE DA WORDPRESS

Nella prossima versione del blog (nel caso siate ancora interessati a seguirmi) dovrete rifare la sottoscrizione perché i vostri dati, nel trasferimento da una piattaforma all’altra, saranno perduti nell’etere.

Grazie per la comprensione!

A presto

Erica

 

Natale

mangiata

Natale è la magnificazione dei buoni propositi che nessuno riesce mai a ultimare.

“Quest’anno spenderò meno, mangerò meno, mi incazzerò meno, berrò meno, mi lamenterò meno e abbraccerò lo spirito festivo”.

Ma poi si finisce sempre per postare il video del primo film ‘Vacanze di Natale‘, non appena il ventisei volge al termine. 

Natale, per quegli adulti che ancora genuinamente lo attendono con gioia (io non ci credevo ma esistono davvero!), resta la festa per antonomasia. 

Per gli altri – o per lo meno per me – una forzatura buonistica da cinepanettone a cui tener duro, anno dopo anno.

Il preludio alla festività è di per sé una maratona di brindisi, appuntamenti, feste, cene, che prese singolarmente non sarebbero affatto sgradite, ma sommate una alle altre, rasentano l’agenda di un capo di stato.

Fossero scaricate a loro insaputa in un bar qualasiasi del centro, a cinque e tre anni, le mie figlie potrebbero destreggiarsi egregiamente tra aperitivi, stuzzichini e focaccette, in una settimana mondana possiedono l’happy hour meglio che studentesse al primo anno di università. 

Ci si ingozza come oche da ingrasso per poi tornarsene a casa carponi e cercare nel buio la fetta di limone o il cucchiaio di bicarbonato, intervallando imprecazioni a rutti, e minacciando l’inutile risoluzione di un pranzo vegetariano il giorno dopo. 

E quando la tre giorni può cominciare, tutti in pole position per il pasto nuziale!

Natale è il momento delle grandi cattiverie, piccole rivincite commesse da quelli che tutto l’anno praticano la carità cristiana e poi affondano il pugnale alle spalle del prossimo, guardandolo dritto negli occhi, sorridendogli compiti. 

Ci si vuole convincere di essere un pochino più amici, un pochino più innamorati, più felici o ricchi, perché la maschera natalizia è dura a crollare e calarla equivale a una resa al cinismo di facile aggregazione.

E quando finamente, l’ultimo pandoro e l’ultimo Berlucchi sono stati aperti, nel silenzio delle case svuotate, si tira un sospiro di sollievo, grati che anche quest’anno un altro natale, sia finalmente alle spalle.

Quando tutto sembra perduto…

serendipità

Era una domenica sera di qualche settimana fa.

L’ispirazione che aveva alimentato il mio blog, dopo tre anni, si era nel tempo infiacchita, ridotta a una piccola, tremolante fiammella che con fatica sopravviveva nella distesa dei miei dubbi e indecisioni.

La spinta spontanea che avevo cavalcato nei primi anni, appassionata e instancabile, stentava a ritrovare lo stimolo per spingersi nuovamente in avanti.

Una sera di qualche settimana fa, ho maturato la decisione di smettere di scrivere.

Non volevo diventare come quegli scrittori che per anni rimangono bloccati alla pagina numero cento della loro opera incompiuta o come quelli che scrivono, sapendo di aver perso da tempo le ragioni per farlo.

Dovevo pensare a un nuovo progetto, qualcosa che mi facesse rifiorire l’energia e l’entusiasmo dei primi mesi.

Mentre mio marito si prestava gentilmente ai miei servigi, con un massaggio linfodrenante homemade, ho riflettuto un’ultima volta, rafforzando ciò che ormai appariva chiaro.

“Ho deciso di smettere col blog”.

Avvertivo la serenità di chi sente di aver preso la decisione giusta.

“Davvero? Sei convinta?”

“Sì, la sono”.

Erano già le dieci di sera ma ho ugualmente acceso il computer per controllare le ultime email della giornata.

Ne era da poco arrivata una nuova.

Arrivava dalla redazione de Il fatto quotidiano, volevano saperne qualcosa di più su di me e sul blog per cominciare eventualmente una collaborazione sulla loro edizione online…

Il resto, è storia recente.

Quando tutto sembra perduto, qualcuno o qualcosa, da qualche parte, lancia un segnale.

Quesiti ultraterreni

angeli

I bambini sono piccole bombe a orologeria, non sai mai se e quando espolderanno. 

Con la loro disarmante capacità di approcciare qualsiasi tema, immuni – seppur per poco – da malizia, esplorano il mondo aggrappandosi alle parole che mettiamo loro a disposizione.

E’ interessante vedere come i quesiti dei bambini di ieri, rimangono i dubbi degli adulti di oggi, sembra che generazioni di figli e genitori ancora non abbiano capito cosa spinga la vita in avanti.

E quando la bomba esplode, si rimane con quel senso di disagio che resta, assieme al vuoto delle nostre spiegazioni.

Mentre ieri sera lavoravo al computer, la più grande esce dalla sua cameretta. 

Non riesce a dormire e nel suo pigiamone tutto d’un pezzo con svariati peluche sottobraccio, scende al piano di sotto da suo papà.

“Chi sono i miei amici che hanno un nonno o un genitore morto?”

“Hum. L’Elisa ha una nonna che è morta”

Pausa di riflessione

“Io no. Ho tutti i nonni”.

“Chi altro ha famigliari morti?”

“Mah … non lo so … io per esempio non ho più i miei nonni”.

“Ah … Quanti anni hanno?”

“Beh adesso avrebbero più di cento anni”.

“Vuol dire che anche tu e la mamma a cento anni sarete morti?”

“Sì. Ma sai, sono tanti anni. Tantissimi”.

E’ giù di corda. La spiegazione non la soddisfa. 

“Contiamo fino a cento?”

“Va bene”.

Contano fino a cento e lei si rende conto che cento è tanto. E pare contenta.

Poi si ferma un attimo, e cambia espressione.

“Cosa c’è?”

“Niente”

“Dai, me lo puoi dire”.

“Non te lo dico. E’ triste”.

E qualche minuto dopo, se ne torna a letto coi suoi pensieri.

Io avrei preferito che ci avesse fatto la cara e vecchia domanda su come si fanno i figli.

Mamma ho scordato i bambini

mamma ho perso l'aereo

E’ un periodo strano. 

Strane cose accadono. 

Come consumare una cena con dei clienti, assicurarsi che paghino la loro parte e poi, come niente fosse, dimenticarsi di sborsare la propria.

Come prendere l’aperitivo al bar con gli amici e uscire senza aver messo mano al portafoglio. 

Mai però avrei pensato di arrivare a scordare le mie figlie!

Su due piedi, potrebbe apparire più grave di quello che è stato, eppure…

Da dieci giorni all’ingresso dell’asilo spiccava un grande cartello con scritto a caratteri cubitali: “Giovedì 21 uscita bambini ore 14,00”.

Sia io che mio marito l’abbiamo più volte letto, memorizzato e salvato in un file del nostro cervello.  

O almeno così credevamo.

Ieri pomeriggio, dopo un pranzo veloce, mio marito completava spiritato la revisione di un libro che sta finendo di tradurre e picchiava sui tasti con ritmo frenetico. Tic tichitic, tac tichitac.

In giro dalla mattina, avevo concluso le mie noiose faccende pseudo-lavorative e venivo afferrata, senza possibilità di ribellione, dal fatale abbiocco post-digestione.

Il paesaggio fuori era desolante: le canne nei campi erano sbattute dalla furia del vento e qualche sporadica raffica di grandine intervallata a quella pioggia fine, destinata a durare per tutto il pomeriggio.

Dove andare? Che fare fino alle tre e mezza?

Niente di meglio che scivolare silenziosa sotto il piumone – ma non sotto le lenzuola, in modo da conservare l’alibi di non averla fatta troppo grossa ritornando a letto in modo spudorato…

Il sonno mi ha avvinghiato in un secondo, grazie anche a quel tic tichitic di sottofondo.

Dopo un tempo indefinito il mio cellulare comincia a strillare per un intervallo che pare un’eternità. Si trova al piano di sotto e manco un cataclisma può smuovermi dalla mia cuccia bollente. 

Trenta secondi e il cellulare riprende a squillare.

“Chi è questo rompicoglioni che mi cerca a quest’ora? Scommetto che è la Nina, la Pinta o la Santamaria. Ne sono sicura!”. Biascico al di là della comprensione. 

Mio marito, staccatosi in pre-allarme dal suo ticchettìo, scende giù per controllare. Sa meglio di chiunque altro che per alzarmi, quando verso in queste condizioni, ci vorrebbe una carrucola. 

“Era l’asilo”.

Merda! Il cartello, giovedì 21, uscita anticipata…

“Che ore sono?”

“Le due e mezza. Corro io.”

E in un attimo è già fuori che parla con le maestre al telefono, rassicurandole che tempo due minuti sarà là.

Mi vesto, rifaccio la mia cuccia e scendo giù ad aspettare la combricola, provando a convincere me stessa che la mia défaillance soporifera, in realtà, non sia mai accaduta.

Nel frattempo, una dieta a base di pesce non ci farebbe affatto male.

 

Il popolo dei lamentoni

lamento

Qualche giorno fa parlavo con una ragazza foresta come me, e le chiedevo come si trovasse a Levanto.

Apriti cielo!

Ha cominciato ad elencare una serie infinita di episodi – ragione per cui vuole andare a vivere in Toscana – su come la gente sia gretta, abbia una mentalità ristretta e di come tutti le parlino alle spalle. Niente, ma proprio niente, girava per il verso giusto.

Mi accade spesso di incontrare persone alle quali non ne va mai bene una, alle quali tutto va storto e che “non hanno mai un briciolo di fortuna”.

Il mondo ne è pieno!

C’è gente che ha i figli sempre malati, la macchina che si rompe ogni anno, il vicino che gli fa la guerra, non ha mai i soldi a fine mese, le maestre incapaci e il capo che gli fa mobbing.

E’ vero che a volte piove sul bagnato e può capitare che la dea bendata schivi con più frequenza certe persone, ma credo che per la maggioranza, la sfiga sia più una percezione soggettiva che non un fatto reale.

E molto sia da attribuire all’approccio con cui ci poniamo nel mondo.

Anche noi siamo foresti, non abbiamo agganci nè conoscenze, siamo arrivati da lontano e come tali facili target della piccola comunità; sebbene ci siano stati momenti tutt’altro che facili, la nostra esperienza di vita non ha avuto niente di catastrofico (se tralasciamo un’alluvione e due incendi nel giro di dodici mesi, ndr).

Abbiamo incrociato la strada, per un breve o lungo tratto, sia con gente di infima stoffa che persone dall’animo nobile, è una scelta individuale voler far prevalere nella propria mente e bagaglio personale i primi o i secondi.

C’è molta gente che si angustia l’esistenza con malumori che logorano la propria serenità e finiscono per perdere il gusto della vita stessa. 

Ognuno è in qualche modo limitato alla propria indole ma credo tuttavia che offrire un sorriso in più possa aprire molte più porte che cento brontolii.