Belin, come sono ligure

dialetto ligure

Inserirsi in un posto nuovo  e per di più in una Liguria ancora abbastanza rurale (se escludiamo la parte glamour fatta di milanesi, torinesi e parmigiani che arrivano a frotte in estate nella loro casa al mare) non è facile.

I liguri sono i primi a riconoscersi “chiusi”, e una delle spiegazioni più gettonate è quella che avendo il mare davanti e i monti dietro, il loro orizzonte è sempre stato in qualche modo delimitato, caratteristica poi riflessa nella loro personalità.

Si potrebbero aprire divagazioni infinite, e di storie di immigrati italiani e stranieri, passati e presenti, mai integratisi in città più o meno progressiste, ce n’è per tutti i gusti.

La presunta “chiusura ligure” (se escludiamo la ridotta loquacità dovuta più a riservatezza nella maggior parte dei casi che ad altro) non mi pesa e francamente non la avverto; certo, dire che siamo sommersi di inviti mondani potrebbe essere azzardato…

Sentirsi parte di una comunità richiede tempo, ci sono persone che durante tutta una vita non l’avvertono mai, volgendo continuamente lo sguardo alle spalle con un certo rimpianto.

Nel mio caso, ci sono voluti un paio di anni e il riconoscimento è arrivato qualche giorno fa. 

Eletta a tradimento rappresentante dei genitori (le dinamiche non sono mai state chiarite ma investigherò) mi sono trovata a preparare sacchetti di caramelle, da dare ai bambini dell’asilo durante la festa di natale.

Del gruppo presente, ero l’unica foresta.

Anche se i riferimenti di cui parlavano erano a me sconosciuti, così come la gente o i fatti del passato, ho avvertito un legame che cominciava a rinsaldarsi.

In fondo, anch’io io vivo lì e non ho intenzione di andarmene tanto presto. 

E come in quelle lezioni full immersion di lingua straniera  dove sembra di non capire niente, e invece si torna a casa sapendo di aver imparato più di quanto si credesse; anch’io cominciavo a stringere, timidamente, la mano a quella lingua oscura che è il dialetto.

Belin, come son diventata ligure! 

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Insofferenze da affluenza turistica

I miei suoceri vivono in una sonnolenta cittadina sulle rive del lago Michigan e che ogni estate, per circa sei settimane, si trasforma nella vibrante meta dei second-homers, di solito facoltosi villeggianti che lì hanno la loro seconda casa. Anche se il termine casa potrebbe suonare come un eufemismo, visto che per la maggior parte si tratta di gigantesche mansions con cinque o più camere da letto.

La cittadina si ricopre di surfinie, nel porto le barche a vela e gli yacht fanno a gara per chi sosta in prima fila, e i concerti jazz del tramonto allietano i turisti dalle teste bianchissime.

La vita delle persone che ai concerti non andranno mai, che di case ne hanno una da dividere a malapena coi propri figli, e che l’unica scia sull’acqua che lasceranno sarà quella a bordo di un materassino gonfiabile, l’arrivo dei villeggianti è un’eperienza meno che memorabile, quando non fastidiosa.

Nel caso dei miei suoceri, la massima espressione di disagio è rappresentata dal dover aspettare un quarto d’ora, prima che il ponte levatoio che divide la città, si riabbassi dopo aver fatto passare la sfilata di barche che si spostano da una parte all’altra del lago, con conseguente rallentamento del traffico cittadino.

“Beh mai i tuoi sono proprio insofferenti”, predicavo annoiata con sostenuta superiorità ogni estate che mi trovavo ospite dei miei suoceri. “Sono soli per unici mesi all’anno e qundo c’è un po’ di movimento, sclerano subito”, continuavo sulla scia evangelizzatrice.

Levanto non è molto diversa dal pigro paesino del Michigan, l’inverno non è così desolato e per fortuna la neve non avvolge ogni cosa per cinque mesi di seguito, ma per il resto le somiglianze sono notevoli.

Credo che il punto di non ritorno – di chi non vive per e grazie al turismo estivo – sia avvenuto quando questa mattina mi ci sono voluti dieci minuti per trovare un buco nel parcheggio davanti al supermercato.

Tuttavia, c’erano state numerose avvisaglie anche nei giorni precedenti.

Ad esempio, quando accampati di fianco allo stabilimento privato più chic della baia (rigorosamente divisi da una cordicina che sardonica rimarcava tacitamente VOI e NOI), stazionando nell’area di sbocco di un canale fetido – lasciata ai poveracci della spiaggia pubblica – sento la signorotta della grande città divulgare il verbo MYSKY ed elargire sermoni sulla tv satellitare ai compari spaparacchiati sulle sdraio da trenta euro al giorno.

Ma forse lo spettacolo più osceno si è svolto quando ho girato il mio sguardo e disgraziatamente ho incontrato il bikini striminzito (ho smesso io stessa di girare in triangolini ridotti da quando più che a una donna attraente assomigliavo ad un arrosto stiracchiato dentro la rete) di un’ultra settantenne che noncurante della pelle abbrustolita sballonzolante da tutte le parti, sfoggiava senza ritegno la sua figura incartapecorita e mercanteggiava con il venditore africano.

Dopo l’affare appena concluso, la signora è tornata alla sua originaria posizione – con tanto di occhialino di plastica – e con gamba mollemente aperta, ha orripilato chiunque passasse da quelle parti.

Si racconta di bambini che urlanti scappavano terrorizzati…

Non so, sarà stata la macchna tedesca parcheggiata nel posto dei residenti, o le file interminabili in gelateria, o il generale scazzo di tutti i negozianti che ha fatto proferire anche a me, l’inconfutabile “ma quando se ne vanno questi?”.

E d’improvviso, si scopre quanto sia facile diventare esattamente come quelli che si era spergiurato di non diventare mai.

Il popolo di Ferragosto

ferragosto

Arrivano come cavallette in preda al ballo di San Vito o a qualche acido di nuova generazione.

L’ingresso trionfale in massa dentro il paese è preceduto da una nuvola di energia che si diffonde nell’aria presagendo nubi temporalesche di scazzi e bestemmie.

Il solito sonnolento supermercato è sventrato dal loro passaggio, gli scaffali sono vuoti e sputano indietro solo alcune confezioni di mini wurstel e ciuffi di insalata marcia; i carrelli si scontrano tra le corsie striminzite e al di là, dal banco del pane e salumi, le urla delle venditrici spompe risuona con l’ennesimo giro di “ottantatre!”.

Fuori, nel parcheggio, i posti riservati agli handicappati sono occupati da Suv di Milano che di deficienze ne hanno molte, ma non fisiche.

La lotta all’ultimo posto auto sul lungomare è furiosa. File di macchine fumanti si alternano in coda, accennano scatti alla prima avvisaglia di spazio libero, per poi scoprire incarogniti che dietro al posto vuoto si nasconde un Ape Piaggio che gongola al sole.

In spiaggia la situazione non è migliore.

Gli stabilimenti privati esibisono un lapidario “no vacancy” (ma scritto in un inglese maccheronico) e gli spiaggianti del ferragosto devono pensare a qualche soluzione creativa ed immediata per ritagliarsi un posto al sole. Di solito scelgono la tattica bulldozer della pressione psicologica, inserendosi in un micro spazio al limite della decenza, per poi guadagnare centimetri preziosi quando il vicino spiaggiante si distrae con un tuffo tra racchettoni e materassini.

Alla sera, paonazzo e sbruciacchiato, il vorace popolo di ferragosto, dopo doccia e crema idratante, batterà le strade del centro per cominciare una nuova, sanguinaria battaglia, quella per un tavolo al ristorante.

E le chiamano ferie.

Cultura, Italian style. Il concerto è gratis. 10 euro, grazie.

villa agnelli

A Levanto organizzano ogni estate una serie di concerti di musica classica che portano il nome di un noto violoncellista nato qui.

Le location dei concerti sono splendide, ma la più spettacolare è sicuramente quella nel giardino monumentale di Villa Agnelli, la residenza della famiglia di Torino che svetta a picco sul mare ricoperta dall’edera, che ne esalta il fascino e il mistero.

I cartelloni che pubblicizzano il festival sono sparsi nei punti stretegici del paese e citano a chiare lettere che l’ingresso è libero, con tanto di traduzione in inglese “free admittance”, a scanso di equivoci.

Appena sotto la dicitura sulla gratuità dei concerti, compare una frase in cui viene specificato che l’evento ai giardini di Villa Agnelli deve essere prenotato presso lo I.A.T. ; evidentemente richiesta è più alta che negli altri luoghi e lo spazio a disposizione limitato.

Chiamo e scopro che ci sono ancora posti disponibili ma… al prezzo di dieci euro a persona.

“Ma c’è scritto che i concerti sono gratis?” “No, non questo”.

Decido di chiamare il numero per le informazioni relative al festival.

“Buongiorno. Ho chiamato lo I.A.T. e mi hanno detto che si paga 10 euro a persona. Volevo sapere come mai, visto che è scritto che l’ingresso è gratuito.”

Di seguito, la serie di motivazioni – mai cortesi e palesemene scocciate – della signora al telefono che dovrebbe occuparsi di: a) cultura b) incoming turistico c) un servizio al pubblico.

“Scusi non ha visto che c’è scritto prenotazione obbligatoria?”

Prenotazione obbligatorio non dovrebbe voler dire prenotazione obbligatoria al costo di dieci euro a persona. 

“Ogni anno c’è sempre qualcuno che chiama e sottolinea questa cosa”

Forse qualcosa che non funziona, c’è. 

“E’ sempre stato così, bisogna adeguarsi”.

Ovvero: piegare la testa, zitto e mosca.

“Lei non è di qui, vero?”

Dunque: sei foresto, paga e taci?

“Sul volantino non ci stava la scritta ’10 euro'”

Beh, in effetti sei caratteri da aggiungere sono difficili da inserire nel layout della locandina.

“Sa, noi dobbiamo spostare e pulire quattrocento sedie”

Se tutte le imprese di pulizie guadagnassero 4.000 euro a serata, avrebbero più società offshore di Mediaset

Il problema non è il layout, non è l’educazione, non è nemmeno la sottile discriminazione campanilistica, è quel senso della correttezza che manca in Italia.

E ancor di più, aspettarsi che il popolo bue, tacendo impotente, vi si adegui.

Non toccate mia figlia o divento una bestia

mamma orsa

 

Nonostante Levanto abbia una baia discretamente ampia, ci sono solo alcuni fazzoletti di sabbia dove ci si può sdraiare liberamente in estate, se non si vuole pagare cifre spropositate ai bagni privati.

Su uno di questi appezzamenti ridicoli eravamo posizionate ieri io e le mie figlie.

Intorno a noi, decine di ragazzi in acqua o sul bagnasciuga presi a giocare a pallavolo o calcetto. Fino alle tre e mezza questa parte di spiaggia è relativamente tranquilla e popolata da gente civile, ma dopo le quattro del pomeriggio l’atmosfera si surriscalda e i ventenni del posto arrivano smaniosi di mostrare il loro testosterone, cimentandosi con prodezze atletiche in stile Ipanema e giochi di gambe alla Cristiano Ronaldo.

La realtà è che stare in mezzo a loro non è affatto divertente, soprattutto se in presenza di bambini piccoli che rischiano costantemente di prendere pallonate in faccia.

E l’esperienza della spiaggia si trasforma in un momento di stress da sorvegliato speciale.

Ieri pomeriggio, oltre ai solilti noti che ormai conosco di vista, c’era un gruppetto particolarmente scalmanato che giocava vicino alle mie figlie che – per grazia divina – s’intrattenevano in silenzio in riva al mare; quindi, invece di rilassarmi leggendo qualche pagina de Il fatto quotidiano, dovevo continuamente monitare che qualcosa non le colpisse.

E come volevasi dimostrare, in un attimo, vedo sparire la mia figlia più grande, affossata da uno dei giocatori che nella foga da imbecille, la centra alla testa facendola finire sott’acqua.

In una frazione di secondo – il film che chiunque ha girato nella propria testa almeno una volta nella vita e mai messo in scena – diventa realtà.

E io divento la protagonista dei sogni castrati di centinaia di genitori che in spiaggia, per quieto vivere, mandano giù, subendo.

Mi alzo in piedi come una furia e con uno scatto istantaneo corro in acqua e assalgo il nemico. Ho la freddezza di guardarlo negli occhi e cogliere tutto il suo stupore nel vedere una donna che urlando gli vola addosso e lo spinge via con forza, insultandolo.

A questo punto, sulla spiaggia nell’orario di punta, cala il silenzio. Tipo quelli qualche secondo prima che arrivi un terremoto.

Il nemico, ripresa coscienza di quello che è accaduto, ha il fegato di insultarmi.

E mentre lui è ormai certo che mi defilerò dopo l’improvvisa sfuriata, non ha l’intelligenza di intuire che ormai la bestia è stata svegliata e non ha per niente voglia di mollare la presa.

Mi avvicino con passo da bulletto di periferia, gonfiando il petto incurante del costumino striminzito a triangolo, gli arrivo a un centimetro dalla faccia ( in quel momento so di avere gli occhi dell’intera spiaggia puntati su di me) e gli ringhio: “COSA-HAI-DETTO?”

Lui non reagisce, volano ancora un paio di insulti e poi ci allontaniamo.

Mi giro verso il mio telo da mare e osservo una cosa che ha del miracoloso: le decine di palle che svolazzavano in mare qualche minuto prima, sono sparite. Non ce n’è più neanche una!

Il ragazzo torna, lamentandosi che “l’ho aggredito”, ed è allora che con lucida calma gli scandisco, chiarissimo, il concetto: “Fai male a mia figlia, e io ti ammazzo”. Peccato che in quel momento, io non abbia una sigaretta da soffiargli in faccia, sarebbe stato semplicemente sublime.

Parliamo, e dopo aver chiarito alcuni punti tra cui il fatto che è bene tenga a mente la mia faccia visto che non sono una turista ma vivo qui, ci stringiamo la mano in segno di pace.

Rimango a presidiare il territorio, di lasciare il campo non se ne parla nemmeno, il messaggio deve arrivare forte e chiaro agli altri bifolchi con il pallone nascosto da qualche parte.

Quando avevo vent’anni e molto di più da dimostrare al mondo, non ho mai alzato le mani su qualcuno.

Ci si stupisce di quanto circostanze straordinarie, evidenzino caratteristiche di noi stessi, rimaste sopite per tutta la vita.

Ma ancor di più mi stupisce sapere con certezza che aggredire un ragazzo è solo il primo passo di quello che potrei ancora fare, se qualcuno tocca mia figlia.

Vacanzieri della domenica

domenica al mare

Per chi ama il people watching – intrigante almeno quanto i cetacei o i volatili – la spiaggia è per antonomasia un posto privilegiato.

Se poi ci si imbatte in quella specie di mammifero, avvistabile solo di domenica, allora le varietà da osservare sono in assoluto le migliori.

Il vacanziero della domenica presenta caratteristiche da predatore seriale da spiaggia: per guadagnarsi una manciata di centimetri di vicinanza al bagnoasciuga, schiaccia e divelte al suo passaggio i suoi simili, in stretta competizione per il territorio, e va a piazzarsi ad una spanna dall’ingenuo vacanziere che – arrivato alla prime ore del mattino – pensava di godersi senza ingerenze e in tranquillità il suo metro quadro di spiaggia.

Il genere domenicale non dimentica mai di portare il pallone da spiaggia, e fintanto che rimane un’infinitesima superficie di gioco, si scatena nel tiro al rigore o nel più classico torello.

Le famiglie arrivano con i frigoroni colmi di riso freddo, angurie, birre Moretti, strolghino e quintalate di fugassa ligure mentre le ‘mamme-mulo’ scaricano coccodrilli gonfiabili, piscinette, materassini, trattori e secchielli.

Le studentesse americane, cosparse di creme a protezione totale, si sistemano nei loro micro bikini e accendono a bombissima uno degli ultimi derivati tecnologici, così tutta la spiaggia si dovrà sorbire le ultime hit di Timberlake o Will.i.am.

Mentre si cerca a fatica di farsi largo per raggiungere il mare, una coppia di turisti olandesi non certo di primo pelo, si spoglia per indossare il costume mostrando ad incauti occhi il loro fulvo boschetto, di cui si faceva francamente a meno.

Ci sono colpi di volley, racchettoni, tuffi a bomba a cui fare attenzione se si predilige l’immersione dolce nelle acque ancora fresche: c’è sempre un mascalzone che a tradimento ti schizza quando meno te lo aspetti.

Gli adolescenti su asciugamani striminziti si avvinghiano uno sopra l’altro slinguazzandosi per ore e due ombrelloni più in là avviene più o meno la seguente conversazione:

“Nonna posso fare il bagno?”

“No! Sono io che decido della tua digestione”.

“La pancia è mia e decido io!”

Quando vivi lontano dal mare, anche la toccata e fuga di domenica ti sembra un sogno per il quale rischi volentieri la coda in autostrada poi.

Ma per chi al mare ci vive, la domenica, è un giorno decisamente da evitare.

Vita di paese: varie ed eventuali

Trasferirsi in un paese di seimila anime, rispetto ad uno di duecentomila ma distante appena duecento chilometri, potrebbe essere per molti (compreso mio marito che da americano, quando stavamo traslocando “non gli sembrava neanche di cambiare città” visto la vicinanza) un cambio da niente.

Eppure le differenze, non tanto di regione in sé, piuttosto di mentalità e stile di vita, per un occhio da Mrs. Fletcher, non sono del tutto irrilevanti. 

La lingua, come si sa, gioca un ruolo importante nella comunicazione tra i popoli … ! I nativi, come potrebbe succedere in un qualsiasi paesino dell’appennino parmense, fanno del dialetto la loro lingua di preferenza e benché alle volte abbia voluto spiazzarli con una o due frasi del mio dialetto – che non stava affatto male nel contesto – la triste verità è che a parte “sci“, “cuscì“, “piggio“, “fante” il ligure mi risulta ancora piuttusto indigesto.

Posso però sempre tirar fuori per l’occasione un “belandi” o “belinata” per sentirmi molto inserita.

Ci si imbatte con più frequenza nello spirito di comunità, di appartenenza, quella spassionata gentilezza che rende il confronto con la città ancora più stridente e ci vuole un po’ – da cittadini avvezzi al “comunque vada, io mi faccio i cazzi miei” – ad abituarsi a questa piacevole e inconsueta invasione di campo.

Quando lasci il finestrino della macchina abbassato, i vicini ti suonano per dirtelo, e se ti succede di attraversare un periodo di precoce demenza senile, lasciando più volte la chiave della macchina infilata sulla portiera nel posto più frequentato del paese…invece di vivere scene di disperazione davanti ai vigili, si ritrova la macchina nel medesimo posto!

Quando la scorsa settimana, presa da uno di quegli attacchi senili di cui al punto sopra, ho dimenticato il portafoglio alle giostre nel parco, non trovandolo più dopo mezz’ora, il mio alter ego cittadino e sadico ha esultato: “anche qui ti ciulano il portafoglio, smetti di crogiolarti nell’illusione che qui sia un paradiso”.

Aveva quindi il sapore della commedia all’italiana, quando una settimana dopo, dai vigili urbani, stringevo ebete e incredula il mio portafoglio scassato con dentro ancora tutti i soldi e i documenti che una signora si era presa la briga di riportare al comando. Che poi, mica era per le carte e i soldi – pochi – che mi rodeva, macchè, era per quelle foto tessera risalenti al paleozoico, dai diciottanni in su, che mi ritraggono con pettinature passate indenni agli anni novanta, al pogo in pista coi Rage against the machine e ai tagli drastici a causa di fregature amorose. 

A volte però sembra di vivere dentro 1984, e l’occhio del Grande Fratello sembra posarsi asfissiante sulla vita di ognuno.

Pare di camminare sul filo teso del trapezista, e capire dove mettere i piedi, nel territorio della socialità, diventa indispensabile per la sopravvivenza. Dietro la patina di una convivenza pacifica, possono nascondersi odi ancestrali, antipatie viscerali, piccole faide che durano da che si ha memoria.

L’inimicizia, alimentata da un vocìo che mai cessa, striscia per mano dell’invidia, se si rappresenta una minaccia per il proprio orticello.

La vita di paese è fatta di uomini e gli uomini sono uguali in tutti i paesi del mondo.

Quello che cambia, è che il contatto con il bene e il male si fa più più vicino.