Quando la televisione entra nella coppia

televisione

Una domenica pomeriggio di quattro anni fa, sdraiata sul divano e molto annoiata, cambiavo canale convulsamente, nell’illusione di trovare qualcosa al di là del solito calcio, talk show e tribune politiche.

Sfinita, mi sono soffermata per qualche minuto su Canale 5 dove una Barbara d’Urso dalla faccia contrita, strizzata in un corpetto grigio e camicia a sbuffo, parlava dell’ennesima tragedia sanitaria avvenuta in Italia: una bambina di due anni morta in ospedale per cause ignote.

E’ stato in quel momento – aggravato dal fatto che la mia primogentita avesse pochi mesi – che ho realizzato che la televisione doveva uscire, e in fretta, dalla nostra vita.

Da allora, la nostra vita tv-free – oltre che alimentare risatine di biasimo in alcuni conoscenti – ha nutrito la nostra vena immaginativa e regalato momenti di silenziosa intimità.

La televisione era diventata un elemento inquinante della nostra vita famigliare, ma per fortuna abbiamo avuto la prontezza di riflessi di capirlo nel momento giusto.

Negli anni, parlando con amiche arrabbiate o frustrate, ho capito che in fondo non eravamo gli unici a lamentarne gli effetti indesiderati.

Ci sono molte storie di lento e inarrestabile logorìo di coppia che passano per quelle due ore dopo cena, quando i genitori – una volta messi a letto i bambini – senza più neanche parlarsi, fissano distratti lo schermo multicolor.

E’ mancato poco che R. non si separasse dal marito, che ogni sera passava le notti sul divano con la televisione accesa, mentre lei accudiva la bimba appena nata.

I. qualche giorno fa, con quel misto di risate e recriminazione che riesce così bene a noi donne, mi parlava invece di suo marito – di fronte a lei ma distante anni luce – e di quanto fosse penoso vederlo tornare a casa tardi dal lavoro e mettersi subito davanti alla televisione, invece che giocare coi figli anche solo per dieci minuti.

Spesso, quando siamo riuniti tutti insieme a casa dei miei intorno alla tavola, magicamente la televisione si accende e siccome il posto d’onore di un salotto è riservato al tubo catodico, a quel punto lo spirito della serata si perde. E addio conversazione!

La televisione è mellifua quanto una bella donna senz’anima, all’inizio ti seduce ma poi ti lascia svuotato e disorientato.

L’insidia della televisone non risiede solamente nell’accesso alle nostre case e ai nostri cervelli, ma poichè riesce con il suo potere ipnotico a insinuarsi anche nelle nostre relazioni.

E a quel punto, l’abbonamento a Sky potrebbe risultare ancora più salato.

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Guai a non dirsi: voglio di più!

make it happen

Quando la ditta per cui lavorava da anni l’ha messo in cassa integrazione, Andrea S. è passato al piano b. Invece di starsene a rimuginare su quel che la vita gli aveva tolto, ha avviato un’attività di consegna a domicilio in bicicletta. Parma è la patria dei ciclisti (fosse vissuto in Liguria avrebbe dovuto fare una chiacchierata con il medico sportivo di Lance Armstrong) e così, tra una consegna di fiori, frutta e verdura, materiali da ufficio, riesce a coprire tutto il comprensorio cittadino.

Vincenzo fa il muratore da quando ha quattordici anni. Quando parla del suo lavoro o deve risolvere un problema a casa tua, ha la stessa passione che userebbe un artista nel descrivere la propria opera e la stessa convinzione di un dirigente all’alba di un rinnovamento aziendale. Spesso gli capita di svegliarsi di notte con la soluzione ai problemi in un cantiere. Da oltre un anno però, il settore dell’edilizia vive un periodo di profonda crisi, e Vincenzo – uomo di ingegno e fantasia – non è rimasto a guardare. Pur continuando con i piccoli lavori da muratore, ha avviato in parallelo un’attività con la moglie: una rosticceria-pizzeria siciliana. Ed anche se mischiare cemento non è esattamente come impastare una pizza, il risultato è ugualmente ottimo.

Forse, nè Andrea nè Vincenzo si immaginavano una così totale perdita di riferimenti, eppure sono riusciti, senza perdersi d’animo e con una buona dose di creatività, a convertire in positivo gli eventi, creando per se stessi un’altra opportunità.

Quando insegnava a tempo pieno in una scuola superiore, mio marito non aveva mai pensato all’eventualità di entrare nel mondo delle traduzioni. Una volta lasciato l’insegnamento e trasferitosi altrove, una carriera da tradutture non solo si è dimostrata inaspettatamente appagante, ma una concreta possibilità di lavoro.

A casa senza più un lavoro con la mia figlia più piccola, il mondo era improvvisamente diventato grande quanto la mia sala da pranzo; quando tutto sembrava perduto ho cominciato a scrivere. Avessi continuato a insegnare italiano, approfittando di quelle poche certezze che il lavoro mi offriva, non avrei mai sentito il bisogno di avventurarmi in questo strano viaggio.

Il lavoro fisso e il piacere della busta paga, la sveglia che suona alla stessa ora ogni mattina, la vita scandita dai ritmi del lavoro, regalano una tranquillità mentale a cui molti – sia per indole che per ovvie ragioni economiche – farebbero fatica a rinunciare.

Tuttavia – soprattutto per quelli che ripetono gli stessi gesti senza nemmeno un decimo di quel piacere che Vincenzo mette nel rifare da nuovo una parete – l’assuefazione alla monotonia di una quotidianità sempre uguale a se stessa, porta la gente a dimenticarsi delle proprie passioni o peggio ancora dei propri talenti.

E lo scorrere sempre uguale dei giorni e delle notti, finisce sempre per portare via, pezzo dopo pezzo, il desiderio di osare sperare in qualcosa di migliore.

E malgrado non per tutti ci sia un posto in paradiso, riuscire a ricavare da una sfiga sopraggiunta per caso, una nuova possibilità capace di abbracciare una nostra passione, è più auspicabile che attendere la pensione senza aver più nulla da dare al mondo.

Prove di matrimonio: scelta del vestito

bridezilla

 

Cinquant’anni fa, Sally si sposava in un paesino del Michigan. Lo stesso giorno, una delle sue migliori amiche faceva lo stesso. Siccome erano entrambe invitate al matrimonio dell’altra, decisero di abbattere i costi scambiandosi reciprocamente prima il vestito da sposa, e poi quello da damigella d’onore (le cerimonie erano una al mattino e l’altra alla sera). Nessuno se ne accorse e vissero tutte e due felici e contente.

Mia madre prese in prestito dalla cugina il vestito da sposa, lo personalizzò indossando un cappello a tesa larga e risparmiò così un bel gruzzoletto.

Storie di questo tipo, qualche decennio fa, non erano affatto inusuali, mentre adesso l’idea di vestire l’abito di qualcun altro, suonerebbe quasi sacrilego.

Anch’io – seppur lontana dall’immagine della bridezilla, maniacale nell’organizzare il matrimonio perfetto – non avrei indossato un vestito di seconda mano.

Il primo impatto con un abito da sposa è stata un’esperienza da non augurare a nessuna…

Ero andata con mia sorella in un negozio del centro che vendeva vestiti da cerimonia, tra cui anche quelli da sposa, e quando le commesse – in coppia come i carabinieri – hanno sentito che non avevo intenzione di vestirmi di bianco, hanno scosso la testa orripilate e tentato di farmi cambiare idea. 

Da quel momento, sono passata nella categoria ‘sposa di serie B’.

Dopo aver tirato fuori svogliatamente vestiti dai colori improponibili, in netta concorrenza con lo stile ‘Loredana Bertè a nozze con Bjorn Borg’, sono finita dentro un abito da odalisca.

Forti di una pressione psicologica che ormai esercitavano sulla mia labile mente, sono riuscite con l’insidia a farmi provare il “vero abito da sposa”, bianco. Manco fossi stata vergine sarei riuscita a metterlo…

Quel pomeriggio, ho concluso la mia giornata nel bar dell’angolo con in mano un bicchiere di prosecco e mia sorella che già preparava il piano b.

Tre vestiti dopo, in un’altra boutique, facevo la conoscenza con il vestito che avrei poi scelto, uno splendido vestito lilla!

Credo che nel fondo, quel che faceva a pugni con la mia personalità, fosse quel senso di solennità che ruotava intorno all’evento, alimentato in primis dagli addetti ai lavori.

Mia sorella si sposerà a giugno e questo fine settimana ho imparato molte più cose sugli abiti da sposa che se avessi preso in abbonamento Sposabella per un anno.

Niente può e deve essere lasciato al caso e la commessa – in quel momento seconda solo a Dio – è lì per ricordarlo.

La scelta è praticamente infinita: stile sirena o mezza sirena, minimal alla Audrey Hepburn o pizzi e ricami alla Grace Kelly, gonna di tulle (fate attenzione, gli strati si possono togliere se l’effetto è troppo a campana) o di organza, optare per un pizzo in macramè o liscio, un bustino a cuore o con taglio dritto, uno corto o a vita bassa.

Si possono rimuovere i fiori posticci e le cinturine nel caso non piacciano alla sposina, abbinare giacchini ricamati o stole in lana se la stagione è ancora fresca.

Nessun problema a cambiare tonalità di colore, andare da un avorio a un panna, passando per un seta naturale ma che non vi salti in mente di indossare un bianco bianco, creerebbe lo stesso effetto del gesso.

E poi ci sono i veli: lunghi, corti, a taglio vivo, con ricamo, in pizzo spagnolo o con bordino in seta.

Acconciatura raccolta, semi-raccolta o sciolta? Ebbene, tutto dipende dal vestito.

Non c’è mai fretta di decidersi subito ma “la prima che arriva, meglio alloggia”, i negozi seri non vendono lo stesso vestito a due spose diverse, e a quel punto, si tratterebbe di un altro giro di giostra. 

Insomma, l’abito da sposa è per una donna essenziale come il cacio sui maccheroni.

Anche la donna meno preoccupata alla necessità dell’evento – come la mia buona amica E. – sa quale sarà il suo vestito da sposa: quello apparso nella collezione Mariella Burani del 2004.

Perciò, a ognuna il suo, finchè morte non vi separi.

Delirio di onnipotenza da recensione

recensire

Quando devo preparare un viaggio, non navigo sui forum a tema spuntati come funghi negli ultimi anni, e neanche sui siti di recensione di hotel. In generale, non leggo le centinaia di migliaia di commenti che si trovano ormai su qualsiasi pagina web, dalle ricette di giallozafferano ai libri comprati su amazon.  Per lo più perchè mi annoiano, fatte spesso da gente che fatica a distinguere la a con o senza h, o che con la consecutio temporum non ci è mai andata in vacanza, ma che evidentemente si sente abbastanza letterata da giudicare l’operato altrui.

Quando le idee scarseggiano e la noia incalza, ammetto che ogni tanto do una sbirciatina su Tripadvisor  per vedere come se la cavano le persone legate alle attività con cui collaboriamo.

Ci si potrebbe perdere ore e ore nell’oceano delle opinioni che nascono da un nonnulla: un servizio in camera pagato troppo caro, il tagliolino servito lievemente scotto, i muri troppo sottili delle camere, il servizio navetta che avrebbe potuto essere gratuito, il cagnolino che non può essere lasciato solo in camera.

Mi stupisce sempre come la gente non abbia il minimo scrupolo nel tentar di demolire la vita professionale degli altri, tanto per provare a quella community – che sempre più assomiglia ad una setta (si diventa super-utenti, si ottengono badge di stima e altre stupidate del genere) –  un diritto di rivalsa per un ipotetico torto subito.

E meno male che erano in vacanza! Vivere un viaggio con il dito sullo smartphone pronti a captare la minima falla o inefficienza non assomiglia al concetto di ‘staccare la spina’ che un viaggio dovrebbe rappresentare…

Le recensioni presenti in questi siti, sono tutt’altro che attendibili, perchè grazie a dio non siamo tutti uguali, non ci piacciono le stesse cose, e i fruitori di un servizio arrivano con aspettative diverse le une dagli altri. La cultura di ogni singolo paese poi, si differenzia come il giorno e la notte.

Metti davanti ad un americano un piatto di cibo cucinato sul momento e andrà in delirio (ho visto statunitensi parlare per giorni di un “bruschettone” con pomodoro e mozzarella, consumato in uno dei ristoranti più turistici di Siena). I francesi non sono così facili da accontentare, mentre gli italiani fanno le pulci a tutto, credendosi chef stellati solo perchè guardano la Clerici in televisione.

Chi recensisce – a meno che non faccia parte della categoria degli “entusiasti” – è spesso preso dal morbo della pignoleria più gretta.

Ho letto tante volte persone recensire strutture con quattro stelle, (il massimo è cinque) per poi prendersi la briga di compilare un commento lungo centinaia di parole, soffermandosi pedantemente su dettagli minimi.

La sensazione è che con l’arma in proprio pugno di un account, si creda di essere trasformati automaticamente in giornalisti.

Ma la smania di onnipotenza che questi siti hanno scatenato nella gente, crea situazioni odiose e difficilli da sopportare.

M. ha un albergo a Levanto e qualche settimana fa, un cliente le dice che  se non riceverà uno sconto, scriverà male della sua struttura.

Anche questa, è la libertà di espressione! Che messa però nelle mani di piccoli uomini senza morale, concorre a determinare una scelta o un rifiuto da una parte, un guadagno o una perdita dall’altra.

Per il mio prossimo viaggio, continuerò a fidarmi del mio naso e della bibbia dei viaggiatori di tutto il mondo, che purtroppo a causa del massiccio avvento delle consultazioni online, rischia di chiudere i battenti: la Lonely Planet.

Michelle, questa volta…hai toppato!

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Michelle Hunziker, la brava e solare conduttrice svizzera è tornata al timone di Striscia la notizia dopo appena quattro giorni dal parto.

Sì, avete letto bene: quattro giorni!

Anche se in realtà, la televisione non l’aveva praticamente mai lasciata – facendo ben sperare gli arguti autori in un prossimo one-man-show direttamente dalla sala parto per l’eventuale terzo rampollo – considerato che subito dopo il parto, in linea con il trend del “vivo, clicco e condivido ” si era collegata dalla sua camera d’ospedale.

Per chi non è passato attraverso l’esperienza del parto naturale, è difficile capire lo stato d’animo in cui ci si trova, e benchè ognuno abbia percezioni ed esperienze diverse, con la mia prima figlia, dopo quindici ore di travaglio, ho passato i primi due giorni con la sensazione di essere stata colpita da un gancio di Mike Tyson.

All’epoca ero più giovane di Michelle, fisicamente in gamba e mentalmente pronta, ma dopo il parto ho vissuto ore di grande disorientamento e sfinimento.

Esiste un periodo temporale, chiamato puerperio e stimato intorno ai quaranta giorni, necessario ad ogni donna che ha partorito – dive nostrane e internazionali incluse – per riprendersi fisiologicamente dai nove mesi di gravidanza (in questa prospettiva quaranta giorni per rimettere le cose a posto, almeno internamente, sembrano niente) e nel quale viene raccomandato tanto riposo e cura di sé.

Il nostro pediatra, quando mi vide al rientro a casa, mi disse di piangere quanto volevo!

Michelle, invece, sostiene che tornando al lavoro a tempo di record, vuole dimostrare che “la maternità non è una malattia”.

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La posizione dei pediatri su SOS Tata

sos tata

 

L’associazione Culturale Pediatri, insieme ad altre associazioni, si è espressa recentemente per condannare – chiedendo anche al garante per la protezione dell’infanzia e adolescenza di intervenire a riguardo – il programma SOS Tata, colpevole, a loro detta, di trasmettere immagini lesive della dignità e dell’equilibrio psico-fisico dei bambini.

Sotto accusa, un episodio in cui, secondo quanto emerso dalla lettera, un bambino di un anno veniva lasciato solo nel suo lettino, in camera col fratello, e abbandonato dalla madre che nel frattempo chiacchierava con la tata in cucina, nell’attesa che si addormetasse da solo.

Il metodo di auto-addormentamento, che si rifà al libro del dottore spagnolo Estivil “Fate la nanna”, e applicato dalla trasmimssione – se è veritiera la descrizione fatta dai pediatri – in modo erroneo (la figura materna e/o paterna sono in realtà molto presenti, entrano spesso in stanza, rassicurano il bambino ma non lo prendono in braccio) è un metodo da sempre controverso. Che vede genitori inorridire di fronte alla possibilità di far piangere i loro figli nel lettino (ma attenzione, i bambini non vengono lasciati soli per ore) per poi addormentarsi sfiniti, o che salva letteralmente la vita di molte madri sull’orlo di un esaurimento nervoso, entusiaste del successo ottenuto.

E siccome ognuno è genitore come vuole e soprattutto come può, la scelta di condividere o meno questa tecnica, rimane di carattere strettamente soggettivo.

Tuttavia, l’alternativa che ho visto in molte case di amici e conoscenti, sulla scia della filosofia suggerita dai pediatri, ovvero fornire “cure di tipo prossimale da parte della madre”, pare una strategia ben lungi dall’essere perfetta.

Bambini di tre, quattro anni che si addormentano solo vicino ai genitori, costretti a presenziare per ore raccontando storie, fischiettando canzoncine, stremati dai ritmi quotidiani e che spesso, si addormentano prima dei figli.

La catena della dipendenza notturna dai genitori rischia di non spezzarsi mai, e certi genitori sono i primi a non volerla spezzare (i casi di bambini che dormono nel lettone fino alle elementari sono tutt’altro che rari). Sfido a trovare quel bambino che autonomamente rinunci al privilegio di avere vicino un genitore nel ruolo di pupazzo di pezza.

Le conseguenze di non avere mai un momento di condivisione, di intimità, senza prevedere pause nei turni di lavoro, siano essi a casa o al lavoro, è una delle prime cause di conflitto all’interno della coppia, che inevitabilmente si ripercuote sui figli. Una coppia di genitori infelici e frustrati determina un ambiente famigliare teso, non ci vuole una laurea in pediatria o psicologia per comprenderlo.

Tuttavia, risulta sempre più difficile, per i genitori moderni, riuscire a regalare (senza per questo privare i propri figli di amore e presenza fisica) una certa dose di indipendenza, sia questa nel responsabilizzarli a dormire, vestirsi, mangiare o giocare da soli.

Lascia inoltre perplessi l’atteggiamento dell’Associazione Culturale Pediatri che nel criticare apertamente l’uso o l’abuso di bambini (autorizzati comunque dai propri genitori) disapprovano la messa in onda di certe immagini “soprattutto per quei bambini che magari stanno guardando la televisione”.

SOS Tata entra in programmazione alle 21.10, anche qualche minuto più tardi, il vivo del programma viene di solito raggiunto dopo la mezz’ora, quindi ampiamente dopo le 21.30.

Sottintendere – senza condannare – che un bambino piccolo, e perciò influenzabile negativamente da ciò che vede, se ne stia sveglio in tarda serata davanti alla televisione, quando tutti i trattati di puericultura, pediatria e sviluppo infantile sostengono che andare a letto presto giovi alla salute del bambino, sembra francamente un atteggiamento contradditorio e vagamente irresponsabile.

Forse, oltre che una selezione rigorosa dei programmi in Tv, sarebbe più appropriato limitarne la visione tout court.

Smartphones: utile innovazione o impoverimento sociale?

tecnodipendenze

Oggi ho guardato tutte le pubblicità presenti online di smartphones e – esattamente come il prodotto che vogliono vendere – sono invitanti, seducenti e straordinariamente tentatrici. Finito di guardarle, ti vien voglia di uscire di casa a comprartene uno anche tu – se non ce l’hai – o di fare la fila per essere il primo ad accaparrarsi l’ultimo modello.

Per fortuna, non ho più il pensiero di dover trovare un fidanzato perchè temo che con il mio Nokia 2720 nero con sportellino apribile, non avrei molte possibilità di fare colpo; al primo appuntamento, l’ignaro accompagnatore scoprirebbe il sacrilego catafalco e reclamando una visita al bagno, mi mollerebbe da sola al bar.

Quando uno in possesso di smartphone è in presenza di persone che non ce l’hanno, si comporta come quando da bambini si sfoggiava con orgoglio una nuova Barbie o una macchina rosso fiammante della polizia, esaltandone le qualità al pubblico stregato.

Chi ha uno smartphone sostiene spesso con convinzione che l’averlo, gli ha reso la vita più facile; il che, grazie a molte App disponibili sul mercato, è indubbio.

C’è chi in vacanza in Giappone, può consultare gli orari dei treni in tempo reale, chi trova la cartina di una città o l’itinerario più breve in pochi secondi, chi usa il traduttore simultaneo quando si trova all’estero, e chi non riesce più a fare a meno del calendario mestruale.

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