Una vacanza iellata

Fantozzi in macchina

Questo post ha il proposito di essere come quelle pubblicità sociali che vogliono far sentire i telespettatori un po’ più fortunati, raccontando in sostanza, le altrui disgrazie.

Orbene, se si vuole iniziare, s’ha da farlo dallo scorso lunedì quando in una notte buia e tempestosa…

Non era esattamente una notte con tuoni e lampi ma una mattina fredda e soleggiata di fine novembre quando, i nostri speranzosi vacanzieri, si apprestavano a salire in sella alla Multipla – zeppa come sempre di cibarie e attrattive da rifugio antiatomico – per passare il Monte Bianco e sbarcare per qualche giorno dai cugini francesi prima e dai vicini svizzeri dopo.

Un viaggio non è un viaggio senza una spruzzatina di vomito da parte della primogenita, ma è risaputo che riuscire a superare indenni i diabolici tornanti alle spalle di Genova è già praticamente un miracolo.

Varcato il confine l’aria gelida ci ha tramortito in piena faccia, instupiditi dal vento del lago alpino, siamo scesi ad Annecy e nonostante l’attrezzatura da Artico, le bambine vagavano per le strade deserte con naso porpora e una sola, reiterata richiesta: “quando arriviamo in albergo?”

Il freddo che sentivo, frastornante e penetrante, non era solo il segno che rivieraschi d’adozione avevamo dimenticato il ricordo di inverni rigidi, ma che un devastante raffreddore misto a influenza bussava alla mia porta.

Arrivata in albergo mi sono spenta.

Per quindici ore sono rimasta supina, praticamente inamovibile, mentre mio marito, dentro e fuori dall’albergo, adempiva alle richieste delle bimbe e della moribonda. Unica eccezione all’assoluto riposo, quando il badante americano arrivava carico di doni ai quali, evidentemente, il mio fisico non sapeva rifiutare: crepes alla nutella, pizza e focacce, pain au chocolat e croissant.

Il giorno dopo, con la gola in fiamme, ci siamo avviati verso la tappa successiva: Digione, altra città fantasma avvolta da una temperatura a zero gradi.

Viaggiare è formativo perchè spesso ci ricorda quanto povera possa apparire la nostra cultura d’origine, eppure alle volte è un utile promemoria di quanto, nell’era della globalizzazione, si sia diventati un po’ tutti uguali.

La televisione francese è tristemente patetica quanto quella italiana, i negozi aprono tardi al mattino nel paese di seimila abitanti dove viviamo ma anche in una città da duecentocinquatamila abitanti come Digione. E la segnaletica stradale non è ridicolmente oscura solo in Italia, ma anche oltrefrontiera.

Insomma, tutto il mondo è paese!

A parte che in Francia c’è il rischio maggiore di incontrare qualche stronzo in più, come la receptionist dell’albergo, che dopo averle chiesto dell’acqua bollente mi ha risposto: “Sono stata già gentile con voi prima dandovi il tè, ora state esagerando. Noi non siamo un bar”.

E alla fine da Digione, dopo la quintessenza della francesità, pestando una cacca di cane per strada, siamo partiti per far tappa a Besancon, prima di riposarci a casa di alcuni amici svizzeri.

Ma l’idea di visitare Besancon è morta sul nascere una volta scesi dalla macchina: negozi chiusi, musei chiusi, orologio astromico chiuso, casa natale di Hugo chiusa, e il solito grado centigrado.

L’abbiamo buttata sulla grassa cucina francese. E in piena digestione, adieu France.

La parentesi di ventiquattro ore svizzere (che in realtà dovevano essere settantadue) merita un capitolo a parte, a tempo debito, perchè racchiude delle perle che potrebbero finire per perdersi in questo capitolo in salsa francese.

Direi solo che la mattina del quarto giorno, quando finalmente cominciavo a sentirmi meglio e le miei tonsille non erano più della grandezza di palle da tennis, mio marito s’è alzato con la febbre.

Arriva un punto in ogni vacanza (a me per lo meno è capitato altre volte) dove ci si deve fare la cortesia di dire “è ora di tornare” perchè continuando, si incorre nell’esacerbare una situazione già compromessa.

Con le bimbe dietro ormai un tutt’uno col sedile e al loro attivo più di mille chilometri macinati, abbiamo lasciato la Svizzera giurando solennemente, come un mantra: “la prossima vacanza in inverno, Caraibi tutta la vita”.

E con un cadavere al posto del morto, ho portato la famiglia a casa, zigzagando fin meglio che con la Play station nel terrificante traffico di Milano e sulla mortale Serravalle Scrivia.

Dopo sei ore, Alonsa, ha superato il cartello “Levanto”, quasi nel momento in cui suo marito cominciava la prima di una lunga serie di ‘cannonate’.

Per cui, se siete in vacanza e la bambina ha la febbre, se avete prenotato quel museo che da tempo volevate vedere e poi non se ne fa nulla, se all’improvviso qualche cataclisma s’abbatte sulla vostra famiglia facendovi cambiare programmma…niente paura!

C’è sempre qualcuno, dall’altra parte del mondo, vicino o lontano, più sfigato di voi.

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Età e cambiamenti di vita

anziano in paracadute

 

Ieri a pranzo ho conosciuto una coppia di settantenni americani amici dei miei suoceri, di passaggio alla Cinque Terre ma ormeggiati con la loro barca a vela da dodici metri, nel molo vecchio del porto di Genova.  Hanno navigato e pernottato nei porti di Sardegna, Corsica, Elba e lungo la costa ligure per poi fermarsi qualche tempo nella città della lanterna. Ogni anno lasciano la California per svernare con la loro barca a vela nel “Med” (già, così lo chiamano i ricchi stranieri il Mediterraneo) restandoci mesi.

Non male! Anche perchè oltre alla barca e alla casa a San Francisco, ne possidono un’altra sul lago Michigan dove vivono i miei suoceri. Questa sì che si chiama una vecchiaia serena! Altro che pensione minima… 

Quest’anno però, una volta riportata la barca in un cantiere navale della Florida, ne disporranno la vendita.

Un loro amico, qualche mese fa, è morto sulla sua barca, in acque internazionali, mentre probabilmente sorseggiava un cocktail Martini con tanto di oliva, facendomi – per qualche strana ragione – pensare alla pubblicità con Charlize Theron del ’93.  Storie di questo tipo, tra i loro amici amanti del mare, sono diventate sempre meno rare, mi diceva la moglie, una bella signora un po’ troppo infarcita di Prozac.

“Bisogna pensare che a una certa età non si possono più fare le stesse cose di una volta”, ammetteva saggiamente con tono suadente e un bicchiere di bianco ghiacciato tra le mani accuratamente smaltate.

E se mentre sono sicura che questa coppia di arzilli settantenni troverà senz’altro un’altra via per trascorrere nell’agio e nella comodità i propri inverni, il quesito rimasto nell’aria, resta.

Invecchiando – senza necessariamente essere vecchi – si resta attaccati ad un mondo passato che fino a un certo momento ci ha rappresentato al pubblico esterno; nostalgicamente fissati alle consuetudini di un tempo che ci identificano come un abito che calza a pennello, cambiare risulta difficile, percepito il più delle volte come una sconfitta.

L’accettazione – e non rassegnazione – come diceva sempre il mio saggio e giovanissimo amico ottuagenario, diventa ardua da digerire senza il rischio di essere vissuto come un’inconfessata resa alla vita.

La scelta diventa personale e molto soggettiva.

Mia suocera, sessantottenne che “si sente fisicamente come quando ne aveva trenta”, è l’esempio di come sia complicato, in un certo senso, mollare la spugna.

Acciaccata, come ogni volta succede quando viene a trovarci (tanto da ribattezzare l’insidia “il raffreddore ligure”), dopo aver consumato una decina di confezioni di fazzolettini di carta, tossito tutta notte, con occhio lacrimoso e naso rosso, rifiuta qualsiasi forma di medicamento. La nostra dispensa di medicina scoppia di confezioni ma guai ad “abbassarsi” a prenderne una.

Ieri sera, invece di riposare godendo di un sonno riparatore, ha guardato fino alle cinque del mattino la seconda partita di baseball del World Series sul suo ipad, e questa mattina, comatosa, è collassata su una poltrona in giardino (N.B. io non l’ho mai vista in dodici anni fare una pennica al pomeriggio). Ma alla domanda “ti sei riposata?”, ha risposto “Oh, no, non stavo dormendo…” E questo pomeriggio è voluta andare a camminare su un sentiero al limite della ferrata, e ora sta cucinando i deviled eggs con le bambine.

Mia suocera, come tanti e forse anch’io, continuerà a “sentirsi” una ragazzina fino al giorno in cui le batterie le si spegneranno tutte d’un colpo, credendo fino ad allora follemente, che gli anni passano solo sulla carta d’identità.

Perchè per certe persone, accettare i propri limiti, è l’unica sfida con cui non vogliono misurarsi.

Acciaccati ma ancora vivi – reduci dal tour in Toscana

san gimignano

Una volta rientrati alla base dopo cinque giorni in giro con un gruppo di clienti americani, la prima cosa che abbiamo fatto è stata ripulire la casa dall’effetto hIroshima creatosi durante la nostra assenza.

I nonni, figure dimostratesi indispensabili per il conseguimento di questo lavoro, non hanno dato prova della stessa ferma rigidità, riguardo all’ordine della casa.

Ma la prime commissioni di questa mattina vertevano tutte sul coprire gli effetti devastanti di cinque giorni da brivido all’insegna di sughi di chianina, finocchione, Chianti classici e d.o.c.g, pecorini, soppressate e altre maialate ingozzate più o meno controvoglia.

Primo acquisto, scandalosamente caro: una crema erboristica all’olio di Argan per nascondere l’invecchiamento precoce avvenuto negli ultimi cinque giorni e causato principalmente, oltre che dal cibo a dismisura, dalle continue smorfie di condiscendenza e sorrisi da rasentare la paresi facciale.

Secondo acquisto: caramelle contro la tosse, sopravvenuta ad avvenuta partenza e da imputare ad un probabile calo fisiologico di tensione.

Io e mio marito, se non fosse ancora chiaro, siamo due zombie!

Qualcuno potrebbe essere indotto a pensare che essere scorrazzati per la campagna senese, tra degustazioni di vino e cene in osterie slow food, passeggiare tra le vie di San Gimignano e Pienza, possa essere considerato un piacere più che un lavoro, e benchè non si abbia la pretesa di paragonarlo allo scendere in miniera, l’aspetto godurioso è una microscopica parte del pacchetto.

Nell’accomodare i desideri altrui, in molti casi prevedendoli ancor prima che vengano espressi, mi è venuto in mente quando da ragazza andavo in viaggio con gli amici dei miei, ed essendo l’unica che parlava inglese o tedesco venivo massacrata dalle continue richieste di traduzione; o quando si ha l’insana idea di fare da cicerone a un amico in un luogo che si conosce molto bene.

Quel che spesso la gente non capisce (gli amici in questo sono i peggiori!) che essere una guida (per lavoro o per caso non fa alcuna differenza) non equivale ad essere dio, ad avere una dozzina di lauree specialistiche o ad avere poteri meteorologici sopraffini; nella maggior parte dei casi si tratta di poveri cristi che cercano con la simpatia e cortesia di sopperire alle inevitabili lacune di chi non può essere “tuttologo”.

“Come si chiama quel paesino disperso nella campagna toscana?”

“Qual è il nome botanico di questa pianta e per cosa viene utilizzata?”

“Le case lungo la strada sono ristrutturate o di nuova costruzione?”

“La traduzione e lista ingredienti di questa zuppa rinascimentale toscana?”

“In che percentuale è possibile che piovi questo pomeriggio?”

“Quanti metri mancano alla stazione ferroviaria di Siena?”

E siccome a nessuno piace fare la figura del pesce lesso rimasto a bocca aperta, il più delle volte si improvvisa, mentendo se necessario, esplorando le vie dell’intuizione e puntando sul buon senso quando non sulla fortuna.

Ma orsù, il viaggio è finito e l’assegno incassato!

E tempo di silenzio, di pace, di un sano italiano anche mischiato al dialetto ligure, riposandosi il più possibile, in previsione della prossima invasione barbarica in programma tra 48 ore: l’arrivo dei miei suoceri.

Storie da quattro stelle lusso

hotel lusso

Due giorni fa ho preso in ostaggio mio marito e pensando di fare cosa gradita, all’alba del suo quarantesimo compleanno, l’ho portato verso la meta da ricchi e famosi, in stile Beautiful, sulle sponde del lago Maggiore.

Quando finalmente arrivo sul lungolago e scorgo l’albergo quattro stelle lusso che in stile liberty si staglia imperioso, gli comunico che siamo arrivati a destinazione.

I nostri standard di viaggio non si alzano mai più di un tre stelle ma ultimamente siamo scesi anche all’ostello della gioventù, perciò il lampadario di cristallo e la hall che potrebbe contenere tutte le case della frazione in cui viviamo, ci fanno un discreto impatto.

C’è un pianoforte a coda, vetrine antiche con pezzi d’antiquariato, piante esotiche e orchidee, un giardino lussurreggiante con bar all’aperto (dove per la modica cifra di nove euro si beve una bottiglietta d’acqua e un succo di frutta), una palestra, una piscina e un modernissimo centro benessere appena costruito.

Entriamo in stanza e sentiamo quella strana sensazione di impazienza che provano i bambini a Gardaland o ai parchi acquatici, vogliamo salire subito in giostra. Se non fossi terrorizzata dal conto stratosferico del giorno dopo, berrei tutto il contenuto del frigobar.

E’ chiaro fin da subito che abbassiamo la media anagrafica dei clienti presenti.

L’albergo è popolato da cariatidi che si reggono sul bastone, sedie a rotelle come se piovesse. Le teste, rigorosamente bianche, poggiano su corpi claudicanti, appesantiti dai parecchi chili in eccesso e con in atto strane reazioni cutanee. Spiace dirlo, ma è proprio un brutto vedere!

Mi dà l’idea che il posto sia anche popolato da qualche escort di lusso ma non ci giurerei e comunque niente di più facile.

L’atmosfera in piscina è aurea, tutto risplende nel caldo sole di settembre, ma nessuno azzarda una nuotata, se ne stanno come formiche all’ombra, coperti dagli asciugamani gentilmente concessi dall’hotel e sonnecchiano russando sotto gli alberi a bocca aperta.

Sarà ma questa atmosfera da cimitero degli elefanti comincia a darci i brividi. Sperimentiamo il centro benessere che non ci delude. Fenomenale!

Ogni tanto arriva qualche vecchietto che da un vetrata interna guarda incantanto il gioco di luci che riverbera sulla piscina, la grotta illuminata, e l’area idromassaggio. Peccato che l’acqua della piscina sia fredda e vada bene solo per le coppie di russi che ci sguazzano come fossero alle Maldive.

Il ristorante del’albergo era nei miei programmi per la cena già da quando ho fatto la prenotazione, suvvia crepi l’avarizia! Scendiamo per sbirciare il menù, un antipasto costa ventotto euro, primi e secondi sui trenta. Forse potrei cenare con un dolce a otto euro e fingere di essere indisposta ma credo che non se la berrebbero.

Finiamo per cercare quel posto che fa panini al metro.

E rimpiangere quegli alberghi che con qualche stella in meno rimangono ancora felicemente attaccati al mondo  reale.

I cittadini vanno in montagna

cervinia 007

L’armamentario da montagna era stato preparato anche con una certa cura per la tre giorni montanara in Val D’Aosta.  Ci eravamo assicurati su quali fossero le condizioni meteo da affrontare a duemila metri, comprato scarpe da ginnastica per le piccole (l’acquisto della domenica di scarponi tecnici da 50 bombe l’uno, anche no, vista la probabilità di un futuro utilizzo ferma al 3%), impacchettato impermeabili e felpe pesanti. Praticamente saremmo potuti stare via una quindicina di giorni buoni.

Il cielo non era molto promettente una volta arrivati alla prima tappa, ma fiduciosi (tanto in montagna un po’ di nuvole ci sono sempre…) abbiamo aspettato la prima funivia per raggiuntgere Chamois, comune dove le macchine non possono circolare; e forse da quella risalita si poteva cominciare ad evincere che la montagna o ce l’hai nel Dna oppure no. Se le bambine erano totalmente indifferenti al salto di 600 mt nel vuoto, ben visibile sotto i nostri piedi (c’è sempre qualche turista che nell’impulso non richiesto di divulgare, spiega nel dettaglio ciò che avviene intorno a lui) noi ci guardavamo intorno – scrupolosi di tenere la linea dell’orizzonte il più alto possibile e mai, MAI abbassare la testa. 

Finita la salita e ripresa la normale pulsazione cardiaca, facciamo fronte alla prima vera necessità da gestire: il cibo.

Entriamo in un alimentari e ne usciamo con i panini più grossi che la storia ricordi, non contenti aggiungiamo un tubetto di maionese (cos’è un panino senza maionese?) e una sleppa di Fontina.

Solo dopo l’acquisizione di un duemila calorie si possono raggiungere i duemila metri.

L’aria è ben diversa da quella di casa, decido quindi di prendere una maglia con le maniche lunghe – benché qualche turista straniero caloroso (fattosi di parapampolo o genepì questo non è chiaro) cammini in maglietta, la temperatura è da autunno in Val Padana – ma scopro che per sbaglio ho preso su un paio di leggins neri.

E’ lo stesso, l’aria di montagna sulla seggiovia mi temprerà!

E cosa importa se tutti quelli che incrocio sembrano usciti da un negozio Patagonia, caldi e confortevoli, pronti per l’attacco al Cervino!

Nella seggiovia ci dividamo, io tengo la piccola di fianco e per il terrore che possa sgusciarmi da sotto le mani giù nel burrone, nel fare la foto ai due dietro, faccio cadere il tappo della macchina fotografica.

Si arriva in vetta, con splendida vista del lago. Meglio fare una sosta al bagno prima di inoltrarsi nei sentieri.

Tre femmine insieme in un bagno, quasi sempre scatenano la reazione dell’unico maschio, ignaro dei complessi meccanismi che richiede l’igiene personale femminile, che grida: “Avete finitooo??”.

Quando usciamo, lui, è laconico nel suo: “Comincia a piovere”.

“Prendiamo le giacche a vento”.

“Le abbiamo lasciate in macchina”.

Due minuti dopo, ma con la consapevolezza di un record raggiunto – i dieci euro spesi nel minor tempo possibile – rimontiamo in seggiovia. Praticamente siamo saliti in seggiovia per andare al cesso.

Il viaggio in giù è il più lungo della storia.

Potrebbe anche essere un’allucinazione da altitudine ma ho la sensazione che tutto il mondo ci stia guardando, sotto la pioggia, e pensi a quanto degenerati siano questi due genitori che abbracciano le figlie inzuppate, in maniche corte, e calzoncini.

Quel che non sanno è che almeno, non le abbiamo fatte morire di fame. 

Nel ritorno c’è posto per perdere nel vuoto anche la sleppa di fontina, per gli stessi motvi citati poc’anzi.

Questo è quello che accade, quando i pivelli di città si spostano ad alta quota. 

Il parco giochi non sempre è la soluzione

pietra di bismantova

Qualche giorno fa ci siamo trovati nel dedalo simil-dantesco di strade di montagna che da Levanto portano al passo del Cerreto prima, e giù nell’Appennino reggiano poi, per una sosta di ventiquattro ore da amici. Il viaggio, come sempre, è stato intervallato dalle inevitabili, prevedibili e scontate lamentele sulla durata del viaggio, sull’entità del presunto mal di pancia, sulla necessità impellente di guardare un cartone, sulla diatriba se ascoltare “Iron Lion Zion” di Bob Marley o il cd del concerto di Simon and Garfunkel a Central Park.

Ventiquattro ore dopo, con un buco da riempire di cinque ore per arrivare al successivo appuntamento mondano, la priorità era quella di mantenere calme le due passeggere riottose, nella calura a trentacinque gradi.

La risposta automatica da genitore medio mi ha portato a disegnare mentalmente (guai a farsi scappare qualcosa di allettante prima del tempo) un’ipotetica sosta in un parco giochi lì vicino con tanto di animali a disposizione dei bambini.

Se non che, qualche chilometro più avanti, il cartello storto con la scritta “Pietra di Bismantova” è apparso sul ciglio della strada e mi ha chiamata.

Se in trentasette anni, vivendoci a un’ora di distanza non mi ci sono manco avvicinata per sbaglio, difficile pensare che vi sarei tornata nel prossimo futuro ora che sono a tre ore di macchina; per non scordare che solo sotto sequestro e bendata potrei rifare la statale 63 fino a qui.

Le belve, opportunamente tenute all’oscuro di piani ben più paradisiaci, non hanno fiatato, ma continuavano a chiedere quando saremmo arrivati a scalare la montagna.

Se molti intorno a noi erano attrezzati coi ferri del mestiere, cioè con scarpette, ganci e caschi da arrampicata – per cui la Pietra è famosa – , la nostra scalata è stata un attimo più caricaturale. La grande portava ciabatte da spiaggia per camminare sul pietrisco scivoloso e polveroso, la piccola aveva delle Crocs rosa e più che scalare, strisciava con passo del giaguaro, trascinando dietro sè una nuvola bianca. Io sfoggiavo delle Birkenstock nere che al ritorno erano bianche, mentre mio marito alzava un po’ la media con delle scarpe da ginnastica da città.

Sul cibo però non avevamo eguali: quattro enormi panini con cotto e emmental che potevano sfamare la metà dei camminatori, ed erbazzone a volontà. Ogni quarto d’ora ci fermavamo per rifocillare i nostri deboli stomaci manco fossimo in cordata sul Cervino.

Sulla cima della pietra – per i più fantasiosi, una Ayers Rock de noantri – il panorama era inaspettatamente splendido.

Sì, certo. Lungo la via ci sono stati molti lamenti, diversi piagnucolii, perfino qualche attacco di nervi, ma non si trattava di stare in miniera, solamente di armarsi di un po’ di pazienza e immaginazione per portare tutti alla meta.

Le mie figlie, si sarebbero divertite di più al parco giochi con caprette e pavoni in libertà? Forse.

Noi genitori, un po’ meno, anche se sicuramente ci saremmo riposati di più sia mentalmente che fisicamente.

Eppure non credo che assecondare sempre e comunque le voglie – reali o presunte – dei nostri figli sia necessariamente positivo per la famiglia; i desideri degli adulti sono, contrariamente a quanto si pensa, importanti allo stesso modo.

Rinunciarvi per spingere qualche ora un’altalena non sembra granchè un buon affare.

Al principio si rinuncerebbe ad una Pietra di Bismantova qualsiasi, poi magari ad un viaggio in una capitale europea per soggiornare un paio di settimane in un villaggio per famiglie in riviera.

E alla fine, si farebbe addirittura fatica a ricordarsi dei propri sogni.

Viaggio in Toscana

toscana

Si doveva andare in Toscana per lavoro, e visto che i nonni italiani erano in Sicilia e quelli americani in America, ci si è andati con tutta la famiglia.

Dopo due mesi di temperature al di sotto della media, il primo caldo è scoppiato all’incirca all’altezza di Sarzana, direzione Pisa, verso le dieci del mattino, esattamente quando eravamo schiacciati tra il Labrador di cinquanta chili (ah, non ve l’avevo detto che c’era pure lui?), le valigie e i pupazzi salva-vita.

Il “ho mal di pancia” durava all’incirca dal casello di Carrodano e continuava a scatti da un paio d’ore.

Il primo appuntamento – con un’azienda vinicola biodinamica – era per le undici.

Alle dieci e quaranta, in orario sulla tabella di marcia ma persi nella campagna toscana, tra Capraia e Limite, nel territorio del Chianti Montalbano, un rumore inconfondibile fende l’aria.

La colazione del mattino si riversa impietosamente nel sedile di dietro, ed è fin troppo ovvio che nel momento in cui devi fermare la macchina per tentare di limitare i danni ad uno, massimo due conati, sei su un punto dove fermarsi è impossibile. 

La bambina è da cambiare in toto, ed è ovvio che in macchina non si trovi neanche un fazzoletto di carta a pagarlo a peso d’oro.

Apro il bagagliaio e trovo un “arf arf” di eccitazione ed un cane ansimante che spera solo di poter scendere. No amico, tu non sei la priorità ora. 

A proposito, se pensate di fare il terzo figlio, prendete un cane – possibilmente anziano e molto viziato – e vedrete come vi trovate. Se vi piace il menage famigliare, siete pronti per il terzo erede.

La giornata si trascina in un delirio crescente, tra indicazioni approssimative e giri a vuoto tra gli olivi e i vigneti. Stupendi da osservare e contemplare, se non fosse per la truppa, quadrupede compreso, che muore di sete, o ha mal di pancia, o ha fame, o sonno, o caldo.

Nel tardo pomeriggio arriviamo in ostello, di quelli old-style, letti in ferro, armadi da caserma e pavimento in linoleum.

Ci avventiamo su un Chianti ricevuto in omaggio, caldo ma chissenefrega, le bambine si strafogano di patatine e ciliegie Coop, mentre il cane – ingestibile come sempre – ansima e annaspa, perduto come un bambino al primo giorno di nido.

Alle nove e mezza siamo a letto.

L’unica luce al neon della stanza tiene svegli tutti, tipo stanza delle torture.

“Cosa fate voi due adesso?” La grande vigila dall’alto del suo letto a castello, è stremata ma non molla, ha la possibilità di vedere di prima mano ciò che facciamo quando le mettiamo a letto. Povero amore, non sa che la realtà è banalmente monotona: niente!

Il giorno dopo è ancora on the road. Stessi protagonisti, stesso caldo.

Ah, ovviamente nell’ostello non ci sono asciugamani e noi non ne abbiamo portati quindi decidiamo all’unanimità di combattere il caldo senza lavarci, con ascella pezzata in un estasi di body odor tra il minestrone e il soffritto.

Tanto, si sopravvive a tutto!

Nell’azienda di Pienza che fa il pecorino, Rocco – che crede fermamente di essere Rocky Balboa – si azzuffa con un cane che è il doppio di lui, ed è solo grazie ad un intervento di fortuna che si evita il peggio.

In una nuova vita credo che comprerò un criceto siberiano o delle tartarughe d’acqua.

Alle tre del secondo giorno siamo di ritorno in ostello.

Il Chianti del giorno prima non è più così caldo e va giù che è un piacere.

Arzilli, riposati e orgogliosamente puzzolenti, si approccia San Gimignano per l’ultimo appuntamento in un’osteria tipica.

Sono le nove quando moderatamente fiduciosi ritorniamo al parcheggio. Oggi non è andata affatto male, tutto sommato e con un pizzico di fortuna potrei guardare una puntata della serie televisiva del momento. Libidine!

Uom Uom. Uom Uom.

E’ quello che mi risponde in ritorno la Multipla riguardo ai miei piani libidinosi.

Uom Uom. Uom Uom.

La batteria è andata a farsi fottere, e la ragione è che qualcuno – di sesso femminile sui trentasette anni – ha lasciato le chiavi dentro alla macchina. Accesa. 

“Doug, vai a vedere se trovi qualcuno con i cavi o un meccanico”.

La sera scende su San Gimignano e i colli circostanti dal rossastro si imbruniscono come la notte. 

Dopo un quarto d’ora, l’american si presenta in compagnia di un tizio che fuma e impreca in toscano. Non contro di noi, per carità no.

Contro l’umanità.

“Vedi, io non sono razzista. Il mondo si divide in due. Ci sono le merde e la gente di buon cuore”.

“Vaaaa beene”.

Mi mettono alla guida, mentre loro spingono, in un parcheggio piccolissimo pieno di stranieri.

L’idea è che una volta fuori dal parcheggio, la macchina si accenderà in discesa.

Il toscano non è contento della mia guida…

“Non è colpa tua” mi grida ” è che tu sei donna”.

Cioè mica posso mandare a cagare l’unico che mi può regalare una pronta salvezza, no?

In discesa, la macchina parte al primo colpo, con quello strattone che noi donne non comprendiamo al volo, ma dopo che il nostro uomo comincia a ingranare la terza, sappiamo che che è fatta.

Al mattino, l’idea di tornare non è mai sembrata così invitante. 

Peccato che è sabato mattina e il mondo, nel primo fine settimana d’estate, vuole andare in Versilia o in Riviera.

5 Km di coda, e poi altri tre.

Non è -olpa tua o tos-ana se sei un po-o maiala.