Quasi pronti…

Avessi saputo che il makeup del nuovo blog sarebbe durato quasi quanto la mia terza gravidanza, avrei iniziato il concepimento molto prima!

Ma…sia per quella reale che per quella virtuale siamo agli sgoccioli, e credo che la seconda batterà (ahimè) la prima al fotofinish. 

Quindi…nel giro di pochi giorni (ore?) vitadacasalinga tornerà operativo e dunque, oh voi fedelissimi, potrete riscrivervi per ottenere mie news in tempo reale.

La terzipara sdoppiata,

Erica 

 

 

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Comunicazione di servizio

A TUTTI COLORO CHE SEGUONO IL BLOG RICEVENDO UN’EMAIL O COMUNICAZIONE DA WORDPRESS

Nella prossima versione del blog (nel caso siate ancora interessati a seguirmi) dovrete rifare la sottoscrizione perché i vostri dati, nel trasferimento da una piattaforma all’altra, saranno perduti nell’etere.

Grazie per la comprensione!

A presto

Erica

 

Quando tutto sembra perduto…

serendipità

Era una domenica sera di qualche settimana fa.

L’ispirazione che aveva alimentato il mio blog, dopo tre anni, si era nel tempo infiacchita, ridotta a una piccola, tremolante fiammella che con fatica sopravviveva nella distesa dei miei dubbi e indecisioni.

La spinta spontanea che avevo cavalcato nei primi anni, appassionata e instancabile, stentava a ritrovare lo stimolo per spingersi nuovamente in avanti.

Una sera di qualche settimana fa, ho maturato la decisione di smettere di scrivere.

Non volevo diventare come quegli scrittori che per anni rimangono bloccati alla pagina numero cento della loro opera incompiuta o come quelli che scrivono, sapendo di aver perso da tempo le ragioni per farlo.

Dovevo pensare a un nuovo progetto, qualcosa che mi facesse rifiorire l’energia e l’entusiasmo dei primi mesi.

Mentre mio marito si prestava gentilmente ai miei servigi, con un massaggio linfodrenante homemade, ho riflettuto un’ultima volta, rafforzando ciò che ormai appariva chiaro.

“Ho deciso di smettere col blog”.

Avvertivo la serenità di chi sente di aver preso la decisione giusta.

“Davvero? Sei convinta?”

“Sì, la sono”.

Erano già le dieci di sera ma ho ugualmente acceso il computer per controllare le ultime email della giornata.

Ne era da poco arrivata una nuova.

Arrivava dalla redazione de Il fatto quotidiano, volevano saperne qualcosa di più su di me e sul blog per cominciare eventualmente una collaborazione sulla loro edizione online…

Il resto, è storia recente.

Quando tutto sembra perduto, qualcuno o qualcosa, da qualche parte, lancia un segnale.

Un piccolo favore ai miei lettori

favour

Io sono quella che quando c’è da chiamare il dottore… aspetta di essere guarita pur di non disturbarlo.

Io sono quella che quando era bambina non chiedeva niente ai propri genitori, per timore di ricevere un rifiuto.

Io sono quella che al mercato non chiede mai lo sconto, neanche se è al Gran Bazar di Istanbul

Io sono quella che del “chi fa da sé fa per tre” ne ha fatto – per natura e non per vezzo – un modo di vivere.

Io sono quella che piuttosto di chiedere un uovo al vicino, monta in bicicletta e va al supermercato – anche se il vicino è simpaticissimo!

Io sono quella che adesso che deve chiedere un favore ai propri lettori, si sente come se chiedesse un lavoro a Marchionne.

Ma sono anche quella che, come si dice dalle sue parti “putost che cedor, limò”.

Quindi, lettrici e lettori, fatemi un favore e cliccate sul bollino nero che dice Runner (o direttamente qui)  e una volta dentro il sito di Grazia.it vedrete il mio faccione e di fianco la scritta Votami.

Click.

Grazie. Grazie. Grazie.

Perché se nelle richieste sono parca, dei grazie non vado mai senza.

Diventare ricchi in America

Planet UsA

Succede in America che se decidete di visitare tutti gli stadi di baseball prima di morire possiate – per il semplice fatto di essere amico col vostro vicino di casa – essere scarrozzati per le vie di Los Angeles a bordo di una Maserati guidata da una delle famiglie più ricche d’America. E che poi questa adorabile coppia di settantenni vi faccia visitare la propria casa-museo contenente opere originali di Toulouse Lautrec e Picasso, dandovi anche la possibilità di vedere la partita di baseball nella suite presidenziale del Dodgers Stadium con tanto di camerieri pronti a riempiervi, ad ogni vostro cenno, un altro bicchiere di Champagne.

Oppure casa vostra può trovarsi di fianco a una delle case più belle d’America, quelle che compaiono nelle riviste più esclusive di architettura, dove il giardiniere ha una stanza tutta per lui.

Succede sempre in America che un vostro amico abbia lo schiribizzo di vedere a tutti i costi un musical a New York City e che non ci voglia andare da solo, e allora, vi proponga di volare con il suo aereo privato nella grande mela, dove un autista vi aspetta direttamente sulla pista di atterraggio per portarvi a Broadway.

E se invece volete andare a vedere una partita dei Cardinals, non vi basta che telefonare alla vostra vicina che, amica intima dei proprietari del team di Saint Louis, vi farà trovare un posto a uno sputo di distanza da Albert Pujols (che sarebbe come essere a pochi metri di distanza Totti o Messi).

Non incappate nell’errore di credere che siano persone inaccessibili, molti di questi personaggi in stile “Dallas” li ho conosciuti anch’io, modesta figlia di impiegati sessantottini perché per ogni Agnelli o Berlusconi d’Italia ce ne sono centinaia di migliaia in America, e non stiamo parlando neanche dei più ricchi.

Eh, già. Questa è l’America… la terra dove tutto è possibile, dove le idee brillanti trovano spazio per diventare prodotti esportati in tutto il mondo.   

Solo in America, un marketing guru come Seth Godin può andare in giro a parlare di come migliorare se stessi e il proprio business, vantare numerosi bestsellers e scrivere un blog con oltre 4000 posts, decretare linee guida – che poi giovani fiduciosi seguiranno alla lettera – per diventare vincenti.  

Seth Godin ha scritto qualche giorno fa nel suo blog “come fare soldi online” e devo ammettere che per una profana di origine italiana come me, alcuni concetti tuonano un po’ come I dieci comandamenti.

Uno: arrichisciti lentamente. Due: fidelizza il tuo pubblico. Tre: specializzati fino alla nausea. Quattro: costruisciti una buona reputazione. Cinque: conduci. Sei: sbaglia e sbaglia spesso. Sette: frequenta persone disposte a lavorare sodo e impara da loro. Otto: pensa in grande. Nove: diventa il migliore in qualcosa che la gente ritiene importante. Dieci: non smettere mai di imparare.”

L’America odierna non è terra di romanticismo e poesia. L’America di oggi è un paese pragmatico dove carriera e successo (stabilito unicamente nel guadagno ottenuto) sono il più grande valore che accomuna le persone.

E se per certi versi può risultare irritante dover sempre guardare a ovest per trovare nuove idee, filosofie, ispirazione, la certezza che l’America sia ancora la terra delle opportunità, dove chi è bravo va avanti – anche se non è amico di nessuno – dovrebbe almeno spronarci a sperare in qualcosa di meglio per il nostro bellissimo, addormentato paese.

   

 

 

Un giornalista al telefono…

Quando ero alle superiori, mi sono presa una di quelle cotte che si ricordano ancora dopo molti anni. Lui era un anno più grande di me, belloccio ma senza essere strafigo e con quell’impacciataggine che piace tanto alle teenagers.

Naturalmente non mi filava neanche di striscio.

Ma io per due anni ho inventato fotoromanzi dentro la mia testa, mi appostavo davanti a casa sua, mi scioglievo ogni volta che passava davanti alla macchinetta del caffè, interpretando ogni suo impercettibile movimento del viso.

Qualche anno dopo essere uscita da questo tunnel masochista, una sera squilla il telefono.

Mio padre mi passa la cornetta. “E’ Manuel”.

I miei sensi si affinano al solo sentir pronunciare quel nome. Lui è l’unico che conosco a chiamarsi così.

Si parla del più e del meno, poi mi chiede di uscire.

Grande è la titubanza, tirarmela per fargli pagare i due anni di sofferenze inaudite o testare finalmente il prodotto?

Opto per la seconda, e decidiamo di sentirci dopo due giorni per metterci d’accordo su dove vederci.

Manuel non chiamerà più.

Sebbene la similitudine non sia propriamente la stessa (non aspetto da anni di andare in televisione), provate a immaginare questo.

Dopo cinque anni di disoccupazione semi-forzata, siete al vostro primo giorno di lavoro. Avete una classe di ragazzi che arrivano da P., per essere accompagnati due giorni in giro per le Cinque Terre. E’ una gita che avete programmato in ogni dettaglio per più di sei mesi, siete passati attraverso Consigli d’Istituto, bandi di concorso e alla fine avete vinto l’appalto. Ora, questi sedicenni in stato di sconvolgimento ormonale, sono davanti a voi.

Squilla il telefono di Doug, l’altra guida.

“E’ per te”. Mi dice. “E’ un giornalista di Rai tre.”

“Eh? Cosa?” Doug asserisce con la testa e passa il cellulare nelle mie mani.

Blank. In quel momento non capisco più niente, Riomaggiore, la gita, i ragazzi, perdo ogni riferimento esterno.

Impreco nella mia testa sull’assurdità della situazione. In quattro anni non è mai successo nulla mentre adesso, nella stessa giornata, mi ritrovo tra le mani la Rai e un manipolo di ragazzi scatenati.

E’ come quando accendi la televisione, sapendo che come sempre non ci sarà nulla da guardare e invece, scopri due super filmoni che non vuoi perderti alla stessa ora…

Comincia una serie di domande ed una ben maggiore serie di eloquentissime risposte. Lui scrive, io parlo.

Fin quando non se ne esce con la fatidica domanda: “Possiamo venire ad intervistarti?”

Salivazione azzerata.

“Beh, fammi pensare. Tu non sai il casino in cui sono adesso. Ho venticinque ragazzi da portare in giro e bla bla bla. Chiamami stasera alle nove, ok?”

“Va bene. A più tardi”.

Dopo sei giorni, quella chiamata non è ancora arrivata.

Qualcuno ha detto che avrei dovuto accettare subito, e forse ha anche ragione, perché evidentemente, nel 2012 in Italia se uno ha la possibilità di andare in televisione, senza nemmeno averlo implorato, dovrebbe andarci di corsa, sulle ginocchia a modi via crucis.

O forse, scavando un po’ dentro al blog, il giornalista – o pseudo tale – ha capito che non ero abbastanza casalinga per la sua trasmissione. 

Se dici ‘casalinga’ non ti viene in mente Belen Rodriguez e la sua farfallina inguinale. Se dici casalinga, non pensi alla super gnocca che spovera con tacco dodici e grembiulino in pizzo, ma una tarchiatona con baffetto e pelo incolto, non troppo istruita e teledipendente. (Mi si scusi l’iper generalizzzione, s’il vous plaît).

E quando i signori della televisione scoprono che la casalinga non solo non parla di come sistemare l’orlo dei pantaloni, o come inamidare il collo delle camicie (io non stiro neanche più) bensì … pensa, beh allora bisogna trovare un altro soggetto al fine di perpetuare lo stereotipo della massaia italiana.

Forse in televisione non ci andrò mai, ma la libertà di scrivere quel che voglio, senza condizionamenti, non me la potrà togliere, né dare, nemmeno Rupert Murdoch.

La coerenza è importante

Qualche giorno fa, attraverso il blog, mi ha contattato una collaboratrice di Maurizio Costanzo la quale voleva propormi di partecipare alla nuova trasmissione in onda su Rai 2 in merito ad una puntata che organizzeranno ‘sull’orgoglio casalingo’.

Siccome avevo avuto un’amica a casa per l’aperitivo e i bicchieri di prosecco erano andati giù che è un piacere, ho dovuto rileggere il messaggio un paio di volte per essere sicura che non fosse uno scherzo delle bollicine.

Appurato che era vero, sono corsa in stato di febbrile eccitazione fuori in giardino e tra un risolino e l’altro, ho raccontato a mio marito e alla vicina del curioso e inaspettato messaggio.

Quella sera avevo in programma anche una cena con vecchie amiche e l’accaduto è stato anche lì dibattuto tra un piatto di pesce e un bicchiere di Falanghina (don’t worry, ho appena smesso di allattare!).

Devo ammettere che nel weekend la questione se andare o meno in trasmissione ha tenuto banco e ha visto me e mio marito parecchio indaffarati in fantasiose speculazioni immaginandomi in uno scenario fantozziano a parlare in studio con finta aria disinvolta tradita dal forte accento emiliano.

Parlando il lunedì con la redattrice della trasmissione è apparso chiaro ciò che avevo sospettato fin dall’inizio e cioè che del blog sapevano poco o nulla altrimenti avrebbero saputo che non ho la televisione da più di un anno e che la mia posizione verso i programmi televisivi attuali è critica giusto per usare un eufemismo.

In un mondo dove la gente fa a pugni –usando anche qui un eufemismo – per andare in televisione, probabilmente la mia decisione è un po’ controcorrente, ma la coerenza è importante.

E’ importante fare ciò che si dice, e non usare la parola solo per fare spettacolo.

In tanti mi hanno detto “Ma vai, questo è un treno che poi non passa più” e altre frasi perentorie sul genere.

I latini dicevano che l’uomo è fabbro del proprio destino; è vero che i treni passano ma non tutti i treni vanno alla tua destinazione, bisogna saper salire sopra il treno giusto e non sul primo che arriva.

Perciò, grazie.

Ma il treno per Roma non ferma in questa stazione.