Quasi pronti…

Avessi saputo che il makeup del nuovo blog sarebbe durato quasi quanto la mia terza gravidanza, avrei iniziato il concepimento molto prima!

Ma…sia per quella reale che per quella virtuale siamo agli sgoccioli, e credo che la seconda batterà (ahimè) la prima al fotofinish. 

Quindi…nel giro di pochi giorni (ore?) vitadacasalinga tornerà operativo e dunque, oh voi fedelissimi, potrete riscrivervi per ottenere mie news in tempo reale.

La terzipara sdoppiata,

Erica 

 

 

Basta con le pance piatte subito dopo il parto!

Il fatto quotidiano

Primo post di mia produzione apparso su Il Fatto quotidiano, che nel giro di poche ore ha raccolto più di settecento commenti e quasi mille condivisioni. I numeri sono stupefacenti ma cercherò di non farmi intimorire! Ecco a voi:

“Una notizia che di sportivo ha ben poco, mi ha ieri colpita navigando sul sito della Gazzetta dello Sport, e che così recitava: Wag mozzafiato a quattro giorni dal parto”.

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Non c’è due senza tre

mamma canguro

In principio sono quelle due righette che si evidenziano su una stecchetta lunga dieci centimetri e che, a seconda dei casi, ti fanno urlare di gioia o cadere la mascella tipo Tom the cat.

Da subito compare quella sensazione di non avere mai fame (e chi ce l’ha è parecchio fortunata perchè si evita, come ridere, quei tre chili in partenza) e quella costante che ti accompagna, almeno per i primi tempi, al mattino: la nausea.

Ci sono giorni in cui vorresti strozzare tuo marito solo perché lui “non ce l’ha” e continua a fare le stesse cose di prima, con la stessa freschezza e agilità. E tu, trasformandolo nel tuo personalissimo Signor Malaussène, lo insulti e lo maltratti. E’ sbagliato e lo sai, ma ti fa sentire così tanto meglio!

C’è la stanchezza che ti fa spegnere come un Tamagotchi ogni volta che tocchi il divano, anche se avevi in programma un incontro con Clooney o l’ultima puntata della tua serie preferita. E quando ti risvegli, stordita e arrabbiata hai almeno tuo marito che…vedi sopra.

Durante la seconda parte ricominci a tornare padrona di te stessa e se non proprio delle tue emozioni (l’ormone è ufficialmente impazzito e ogni volta che ascolti Vasco non riesci a finire l’urlo, che già ti si gonfia la trachea perché anche tu ti senti, in qualche modo, “ancora qua”) almeno del tuo fisico.

Ma poi scopri, alla terza o quarta pesata, il perché la tua bilancia si fermava sempre sullo stesso numero. E la ragione non è perchè sei stata brava nel contenerti, ma perchè costava undici euro e si è rotta quasi subito. Così, quando il dottore ti pesa, scoprirete insieme che i sette chili di differenza non sono mai in difetto.

Se non altro, arrivi a un punto in cui la gente per strada non pensa più che hai mangiato come un porco, ingrassando otto chili, a causa di qualche disgrazia famigliare, e che oltre il vestito c’è di più.

Si avvicina il terzo periodo e quando ti sembra che forse, anche questa volta ce la stai per fare, iniziano i fastidi, pruriti, dolori e gonfiori, messi lì apposta, per donarti quel special glow di cui tutti reclamano di vederti circondata.

Nel tempo di un anno scolastico, ti sembra di non aver imparato niente e di aver preso a stento una sufficienza.

Ma questo lo sapevi già, e nonostante tutto, hai avuto ancora la forza o la scempiaggine, di rivivere un’altra volta le gioie della gravidanza. 

Come si suol dire: “non c’è due senza tre”, ma il quattro – è garantito – non verrà da sé.

Michelle, questa volta…hai toppato!

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Michelle Hunziker, la brava e solare conduttrice svizzera è tornata al timone di Striscia la notizia dopo appena quattro giorni dal parto.

Sì, avete letto bene: quattro giorni!

Anche se in realtà, la televisione non l’aveva praticamente mai lasciata – facendo ben sperare gli arguti autori in un prossimo one-man-show direttamente dalla sala parto per l’eventuale terzo rampollo – considerato che subito dopo il parto, in linea con il trend del “vivo, clicco e condivido ” si era collegata dalla sua camera d’ospedale.

Per chi non è passato attraverso l’esperienza del parto naturale, è difficile capire lo stato d’animo in cui ci si trova, e benchè ognuno abbia percezioni ed esperienze diverse, con la mia prima figlia, dopo quindici ore di travaglio, ho passato i primi due giorni con la sensazione di essere stata colpita da un gancio di Mike Tyson.

All’epoca ero più giovane di Michelle, fisicamente in gamba e mentalmente pronta, ma dopo il parto ho vissuto ore di grande disorientamento e sfinimento.

Esiste un periodo temporale, chiamato puerperio e stimato intorno ai quaranta giorni, necessario ad ogni donna che ha partorito – dive nostrane e internazionali incluse – per riprendersi fisiologicamente dai nove mesi di gravidanza (in questa prospettiva quaranta giorni per rimettere le cose a posto, almeno internamente, sembrano niente) e nel quale viene raccomandato tanto riposo e cura di sé.

Il nostro pediatra, quando mi vide al rientro a casa, mi disse di piangere quanto volevo!

Michelle, invece, sostiene che tornando al lavoro a tempo di record, vuole dimostrare che “la maternità non è una malattia”.

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Quello che non ci hanno detto sul primo figlio

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Ottobre è  stato il mese delle nascite tra i miei amici e parenti. Una sfilza di neonati ha fatto l’ingresso nel nuovo mondo e per una volta ho vestito i graditi panni di attrice non protagonsita.

Tenevo il conto delle settimane, amniocentesi, ecografie specifiche, disturbi del primo, secondo e terzo trimestre. Ho cercato di essere presente – senza essere invadente – in un momento che alcuni chiamano ‘magico’ ma che io preferisco definire ‘logorante”.

Per una volta non ero io quella coi vestiti informi, il collo pieno delle ultime settimane, la faccia rotonda, le mani gonfie senza anelli e l’occhietto lucido da sonnolenza.

Tutte le donne alla prima gravidanza sanno che il primo e unico pensiero –  al di là di arredare la cameretta, farsi regalare il trio, preparare la valigia per l’ospedale – è (e qui è d’obbligo l’inflessione alla Fantozzi): il parto.

Il parto è una preoccupazione fissa, il traguardo agognato ma spesso temuto, al termine di nove lunghi mesi.

Ma al di là di come poi vada di per sé il parto, manca un anello nella catena delle informazioni in possesso delle neo mamme, eppure fondamentale quando si inizia la vita a tre: il parto non è niente in confronto al rientro a casa!

Quel che ho visto negli sguardi persi delle mie amiche, durante le visite dei primi giorni a casa per conoscere il piccolo, non era nulla di diverso da quello che vedevo in me stessa. Stesso smarrimento, stessa incertezza.

Più significativo però è che quando torni a trovarle un paio di mesi dopo la nascita, vedi che piano piano cominciano a realizzare che c’è ben oltre al cambiamento fisico, ai chili in eccesso, alle ragadi e ai punti del parto.

E’ il primo presagio che nulla sarà più come prima!

Il giorno in cui ci si sveglia con questa consapevolezza – per molti tanto brutale quanto una doccia fredda – l’ago della bilancia lo fanno le attitudini personali alla vita. La personale propensione cioè a vedere, nella definitiva svolta della propria esistenza, il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto.

Molte amiche mi dicono: “Non ho più tempo di fare nulla!”

Ed anziché ribadire con arguta saccenza:  “Carina, quando tu facevi ancora la bella vita, io sbroccavo in casa con le poppanti”, sorrido comprensiva e le rassicuro che è normale.

Perchè è altrettanto risaputo che dopo un po’ di tempo, la vita non completamente baby-oriented riprende il suo corso, sebbene da un punto diverso da dove la si era lasciata.

Avere figli dopo i trenta, dopo che si hanno gustato privilegi e libertà, può essere vissuto (ho sentito diverse mamme parlarne in questi termini) come una prigionia, dove la boccata d’aria quotidiana non è sufficiente a ristabilire il proprio equilibrio psico-fisico.

Anziché scambiarsi informazioni sugli ultimi modelli di passeggino o descrivendo storie a sfondo terroristico su parti di tre giorni, forse le neomamme dovrebbero aiutarsi nel prepararsi l’un l’altra su quello che succederà una volta tornate a casa, confortandosi nell’accettare il ridimensionamento dei propri spazi e desideri.

E una volta tanto, darsi una pacca sulla spalle e dirsi: “Coraggio, ce la farai anche tu!”.

Illusione di giovinezza

Quando incinta della mia prima figlia, chiesi al mio ginecologo  perché così  tante coppie avessero problemi a concepire, lui, con la sua  solita flemma greca, mi rispose: “Perché si comincia a fare figli più tardi. Prima, la donna a vent’anni era già madre”.

Semplice, eppure, mi colpì.

A distanza di cinque anni, e con sempre più amiche alle prese con complicazioni e aborti spontanei, mi interrogo sul difficile ruolo della donna moderna.

Forzate, chi più o meno coscientemente, a rincorrere il modello della 42 perfetta e della sexy disinvoltura, fin dall’adolescenza cerchiamo il nostro ruolo nella società, tenacemente in bilico tra Raperonzolo e la Vedova Allegra.

A vent’anni ricerchiamo una carriera per rivendicare la parità dei sessi, lavoriamo come l’uomo, guadagnando meno, e lottiamo nella selva professionale per ottenere un contratto decente che si stabilizza non prima dei trent’anni.

A trent’anni, resistiamo con caparbietà al nuovo che avanza, alle giovani leve più agguerrite e spavalde di noi, e tentiamo di rimanere sulla cresta dell’onda; inseguendo la passata freschezza e sforzandoci di rimanere panterosamente sexy.

Ma l’ideale di musa ammirata, perfettamente sorridente con mojito in mano e tacco 12, comincia a scontrarsi con quel latente, impellente desiderio di maternità che sottovoce, piano, si fa strada dentro di noi.

Per anni paventiamo in un fugace, incauto attimo che la nostra vita cambi quando ancora non siamo pronte, e ci ingozziamo di pillole pur di non restare incinta ed ora, ampiamente dopo i trent’anni, speriamo con appassionata impazienza, che il pupo arrivi subito.

Ed è qui che il tradimento si compie.

Il tradimento della società, che non ci mette in guardia, che non informa che il corpo di una donna, così come le rughe sul nostro corpo, comincia a inaridire.

E., l’amica di una vita, alla prima gravidanza intorno ai trentasette anni, fu consigliata dal dottore di effettuare l’amniocentesi. Lei, scombussolata dalla notizia, mi chiama dicendomi: “Ma io pensavo di essere giovane!”.

Già. Anch’io lo credevo, e come noi tante donne. Ma tanto giovani ahimè non lo siamo più!

E quanto prima capiremo che a quarant’anni non siamo più tanto young, minore sarà lo shock quando saluteremo quella ragazza in minigonna dal sorriso di plastica.

Doccia fredda

Mi sentivo piuttosto ottimista dopo tre settimane di costante esercizio fisico, su e giu’ dalle colline in bicicletta, partite all’ultimo sangue di badminton sotto il sole o il meno ‘cardio’ ping-pong nel basement, se aggiungiamo anche yoga e power walking praticati con regolarita’, nutrivo grandi speranze per la mia performance sul campo da tennis.

La scarsa prestazione della prima partita l’abbiamo imputata alle palle sgonfie comprate per due dollari nel Kmart, un mega magazzino dove si vende di tutto, e al campo di cemento pieno di crepe dietro casa. Allora abbiamo guidato venti minuti e siamo andati in una citta’ piu’ grande a comprare delle ‘vere’ palle da tennis, Roger Federer mi sorrideva sulla confezione dicendomi: “You can do it”.  Abbiamo preso in prestito, sostituendo quelle che offriva la casa, delle racchette di ultima generazione da una coppia di arzilli settantenni matti per il tennis e siamo scesi in campo, al centrale di Flashing Meadow.

La scena era piu’ o meno questa. Unici giocatori presenti sui sei campi da tennis, cielo grigio e ventoso, scarpe da corsa per Doug, scarpe alte Adidas da rapper per me comprate in offerta all’Oviesse (!), pantaloncini da cestista per entrambi e magliette scolorite, praticamente Franchino e Fantozzi.

Lo spettacolo, imbarazzante. Due pachidermi che annaspavano sul campo da tennis, tempo medio per arrivare sulla palla, dieci secondi. Altri dieci per frenare la corsa. Dopo un quarto d’ora tossivamo, gia’ paonazzi. Le doti tecniche, alquanto misere. In corsa per prendere una palla di rovescio, non arrivandoci, ho cambiato racchetta mettendola al volo nella sinistra.

Risultato finale 0-6   6-1

Siamo tornati a casa con la coda tra le gambe.  

Ma che si puo’ pretendere dico io…due figlie in tre anni, non sono mica Paula Radcliffe che correva anche quando era incinta e subito dopo la gravidanza ha vinto la Maratona. Io, se andava bene, facevo il giro del parco camminando.

L’altro giorno mi e’ uscito ancora del latte dal seno dopo quattro mesi di cessata attivita’, e i miei ricci stentano ancora a tornare, implacabile segnale di quanto le gravidanze mi abbiano prosciugata!

Si spera che il nostro fisico risponda alle nostre aspettative mentali ma credere di tornare ad essere quelle di prima, in tempi brevi, e’ irrealistico. Ci vuole tempo e pazienza per ridare al nostro corpo la possibilita’ di ripercorrere la via di casa.

Io pero’ non dispero. Oggi ore 14, nuovo appuntamento sul centrale.

Chi la dura la vince.