Quasi pronti…

Avessi saputo che il makeup del nuovo blog sarebbe durato quasi quanto la mia terza gravidanza, avrei iniziato il concepimento molto prima!

Ma…sia per quella reale che per quella virtuale siamo agli sgoccioli, e credo che la seconda batterà (ahimè) la prima al fotofinish. 

Quindi…nel giro di pochi giorni (ore?) vitadacasalinga tornerà operativo e dunque, oh voi fedelissimi, potrete riscrivervi per ottenere mie news in tempo reale.

La terzipara sdoppiata,

Erica 

 

 

La fregatura del possesso

accumulare

Uno dei cliché o status symbol dell’italiano medio è quello di possedere una bella macchina e di cambiarla il più spesso possibile.

E’ una di quelle ancestrali smanie di possesso dell’uomo moderno, un po’ come i ragazzini nella prima pubertà quando fanno a gara a chi ce l’ha più lungo; è un modo efficace per rivendicare al branco là fuori la propria virilità. Come per le donne cambiare il cappotto ogni due anni, comprare ogni estate almeno due paia di sandali nuovi o cambiare borsa ogni stagione.

La macchina è per un uomo il giocattolo per eccellenza: sotto le case popolari dove vivevano i miei nonni, c’era un signore che ogni domenica apriva il garage in lamiera al lato della ferrovia, e puliva per tutta la mattinata la sua 127 grigio metallizzato.

Certo la macchina non è come un paio di scarpe e cambiarla più spesso di quanto non si possa, conduce a dover tagliare fondi destinati ad altro. 

Ricordo i miei genitori quando, con quel tono sommesso che ad una bambina di sei anni sa tanto di cospirazione, dicevano che i vicini preferivano comprarsi la Bmw nuova piuttosto che fare le ferie ad agosto. Sacrilegio!

Possedere cose materiali può essere uno splendido modo per trascorrere qualche ora in leggerezza dopo una mediocre giornata in uffico; ne sa qualcosa mia cognata – che mentre il suo matrimonio naufragava senza appello – lasciava ogni settimana una considerevole quantità di dollari, nei vari Macy’s o Target. Tanto c’era la carta di credito!

Scrivere sullo shopping ha anche garantito il vitalizio a più di un non indimenticabile scrittore.

Accumulare soldi, ed in senso lato quindi possederli, controlla la vita di quelle persone che vengono – per effetto di questo impulso – vissute a loro insaputa, incapaci di intravederne la loro schiavitù.

Tanto non potrà portarseli nella tomba“! additano piccati quelli che invece non ne hanno.

Ora che anche noi siamo diventati proprietari di un immobile, mi sono spesso chiesta se ne valesse realemente la pena o se non fosse invece garanzia di maggiore sanità mentale, continuare a pagare un affitto e non doversi curare di una serie inevitabile di grattacapi.

E’ indubbio che non avere più a che fare con locatori interessati più che altro alla pecunia e abbandonare una certa precarietà, regala una impagabile sensazione di piacere. 

Ma da quando siamo entrati nella nuova casa, la nostra vita si è in qualche modo fermata.

Dettagli e piccolezze che in una casa d’altri non avremmo mai sistemato e tanto meno notato, ritornano ogni mattina per perseguitarci; troppo presi a coprire fessure col silicone, stuccare buchi nel muro o farne altrettanti col trapano, poco manca che le ragazze – in competa autogestione – preparino loro la cena.

E sebbene per certi versi vedere crescere e migliorare nel tempo il proprio nido abbia di per sé un aspetto romantico ed appagante, temo che nulla valga la pena di smettere di vivere.

La vita è come un trasloco

trasloco

Fare trasloco è altamente istruttivo.

O certamente lo è, per quelle persone che hanno una discreta conoscenza di se stesse e sono inclini ad osservare gli altri.

Per tutti gli altri, traslocare è una seccatura come un’altra.

Ci sono persone che pur di non traslocare preferiscono vivere nella casa dei propri nonni, zii, genitori o nella stessa casa che gli va stretta, quella coi muri scassati, col pavimento di marmiglia, con la vasca da bagno con la seduta, col vicino rompicoglioni e le formiche che tornano alla carica ogni primavera. Perché sono fatte così, non amano le sfide, i grandi cambiamenti, gli sbalzi di umore.

Cambiare casa fa risaltare quelle caratteristiche che hai sempre conosciuto (= detestato) di tuo marito, e le sottolinea quasi fossero scritte in STAMPATELLO con l’evidenziatore giallo, tipo lasciare trentadue scatole di viti in giro, tre martelli sul divano, le due scatole degli attrezzi in ingresso e la capacità di restare zen anche quando si vive da profughi.

Traslocare è come vivere. Arrivi a un punto dove cambiare casa ha la stessa valenza di cambiare amicizie, entrambe ti sono diventate strette; vuoi perché le esigenze sono cambiate o vuoi perché non si può restare sempre al VIA.

Ci sono quelli che quando ristrutturano casa seguono il posizionamento di un bullone con la stessa attenzione dei rivestimenti del bagno o della marca della cucina; sono quelli che nella vita possono spiegarti la ricetta di un sugo per pasta anche per venti minuti filati e che non compreranno mai la cucina da Ikea.

Mentre ce ne sono certi che non prestano affatto attenzione ai dettagli e sono capaci di lasciare le prese elettriche senza cornici o la lampadina appesa al filo per un buon paio di anni.

Ci sono quelli che dopo mesi dal trasloco hanno ancora gli scatoloni imballati stazionati in cantina; sono quelli che di solito organizzano le vacanze all’ultimo minuto, che arrivano in ritardo e che quando c’è da prepararsi per andare fuori ci mettono almeno mezz’ora per uscire di casa (se sono già vestiti e con scarpe addosso).

C’è chi preferisce il minimal e benedice se stesso nel trasportare gli scatoloni di piano in piano; e chi come me che bestemmia ad ogni piano per tutta la roba che è stato incapace di buttare via.

Quelli che nella vita hanno poco da dire, lasciano la nuova casa esattamente com’è, senza cambiare una virgola di quello che hanno trovato.

Le persone lungimiranti sanno già dove posizioneranno ogni singola presa mentre quelle che non lo sono, una volta entrate, sbufferanno al cielo constatando che “dovevo mettercene una anche qui“.

C’è chi – come quando sceglie il vestito migliore in mezzo a un armadio di cianfrusaglie – ha gusto da vendere e arreda la casa che vorresti ma che mai avrai e chi si sforza di essere come loro e finisce per assomigliare a tutti gli stili, tranne che al suo.

Si sbrocca, si litiga, si piange, ci si disorienta, si manda a puttane il mondo, si ride per isteria e si stramazza sul letto come dopo una nottata a vodka e Red Bull. 

Questo è traslocare, a ognuno il suo stile.

Imprevidibilità degli eventi

Quando sabato pomeriggio ho riattaccato il telefono con mia sorella, ho sentito una fitta di latente invidia e frustrazione; mi aveva appena finito di raccontare (da bordo piscina) della sorpresa fattale dal suo fidanzato, ossia di un viaggio a sorpresa in uno sciccosissimo Hotel di Montecarlo.

L’aveva svegliata alle sei del mattino, e senza dirle nulla, con valigia già fatta, l’aveva messa in macchina e parcheggiata all’Hotel Hermitage di Montecarlo.

Io invece avevo parcheggiato le bambine coi miei, e avevo decespugliato il nostro bellissimo quanto inutile pezzo di terra scosceso, sotto una pioggia battente.

La bugia era stata confezionata da manuale.

Perché alle cinque e mezza di sera, mentre perdevo una partita a sbarazzino con mia madre, la porta di casa si è improvvisamente aperta (non chiudiamo mai il cancello né la porta di casa) e al grido di “Surprise!”, mia sorella ha fatto il suo trionfale ingresso.

La mandibola mi si è abbassata come nella migliore tradizione fumettistica e per qualche minuto non sono riuscita a parlare, in preda a isteriche risatine.

Il mio piano per una tranquilla serata con i miei, era stato irrimediabilmente (e piacevolmente) rivoluzionato.

Pensando di mettere a letto le bambine subito dopo la cena, ho accelerato le preparazione pregustando le scatenate partite a carte e la visione del “Clasico” tra Real Madrid e Barcelona, sul nuovo divano letto rosso fuoco, appena consegnato da due nerboruti romeni.

Julia, quella che di solito è più reticente ad andare a letto quando c’è gente, dopo le prime contestazioni, dormiva come una scarpa (non chiedetemi perché, ma lo dicono in Camerun); Sofia, che abbracciata al suo Lamb si appisola subito in stato di estasi, ha cominciato a urlare a squarciagola.

E da lì è iniziata la danza.

Entra in stanza, sgridala, abbracciala, tirala su, falla stare un po’ con noi, rimettila a letto, riprendila su, falla addormentare in braccio, rimettila giù, si risveglia, piange, scena teatrale di tutti che fingono di andare via (chiusi invece nel bagno 3 metri per 1) il ballo non sembrava finire mai, e il tempo passava.

I miei piani di una serata fastosa, stavano tristemente naufragando.

Solo dopo le undici di sera, stremati e costretti a rimanere in piedi per preparare i regali di Santa Lucia, Sofia si è addormentata stoicamente in piedi appoggiata alla sbarra del letto, e ci ha regalato una tregua che ormai non serviva più a nessuno.

Più programmi il corso degli eventi e più la vita li scardina, a volte regalando a volte togliendo.

E’ quando pensi di conoscere tutto del tuo compagno e scopri che invece è ancora capace di sorprenderti, e’ quando, vicinissimo alla vittoria tanto da sfiorarla, che sul più bello qualcun altro te la soffia, è quando credevi che tutto fosse perduto e una telefonata ti rimette in carreggiata, è quel viaggio all inclusive che programmavi da mesi e che non fari più per colpa di un disastro ambientale, è un figlio che arriva quando avevi smesso di provarci.

Perdere i riferimenti di ciò che davamo per acquisito e confortevolmente sicuro può fare paura, ma quel che di nuovo arriva può aggiungere un abbagliante, sorprendente colore alla nostra vita.

Era una casa molto carina…

Un mese abbondante di trasloco a spostare mobili, impacchettare, sventrare non avevano tuttavia reso ancora tangibile il senso dell’imminente abbandono.

Ma sabato sera, l’ultima notte trascorsa in quella casetta bella davvero, guardandomi attorno tra l’eco dei muri finalmente vuoti, la realtà ha preso il sopravvento.

Come in tutti i cicli che si completano, un doveroso impulso di riflessione si è fatto strada quasi a voler impacchettare con tanto di carta regalo, l’insieme dei ricordi.

Nel giugno di quattro anni fa, la casetta dalle porte basse incubo per gli over metro e ottanta, fu il melting pot di uno dei matrimoni meno convenzionali che la storia della pianura ricordi. Ospiti arrivati dall’altra parte dell’oceano ignari dei pericoli letali di nocino e bargnolino, africani agghindati in vestiti tradizionali pronti a scatenare balli indiavolati, giapponesi scambiate per cinesi sotto attacco di scapoloni italiani, e poi brindisi in calici di plastica, cene all’aperto tra zanzare affamate e tanta allegria.

Un anno più tardi, in quel bagno vecchio e inospitale, all’alba di una domenica mattina, una piccola crepa si ruppe nel sacco che conteneva una bimba pronta per nascere, ma ci volle una seconda più grande rottura per indurre la sonnacchiosa e incredula mamma a vestirsi e andare in ospedale.

Due anni dopo, nel cuore della notte, le già conosciute avvisaglie di un parto alle porte, cominciarono nell’ umido caldo estivo, ma ci volle l’intera giornata successiva per convincere la mamma a dare il via alle danze. Poi, la bimba al suo interno non ne poté più, e dopo un’ora dall’ingresso in ospedale, era già entrata di prepotenza nel mondo.

Non importa se abiti in un attico nel cuore di una grande città, in un bilocale nella prima periferia o in una villetta a schiera, quel che conta è ciò che vivi dentro quelle quattro mura nell’inesorabile alternarsi di ricchezza e povertà.

Fra due settimane la casetta cambierà faccia, il rosa big bubble dell’entrata, il lilla del soggiorno, il giallo della cucina e il blu della camera da letto, verranno coperti e sostituiti con un bianco, chissà.

Così come i ricordi nuovi di zecca della giovane coppia che sta per entrare, cominceranno a prendere forma e la vita coi suoi cicli e i suoi eventi continuerà lì qualcun altro.

I giovani innamorati fra un mese andranno all’altare, e a breve, dentro quelle stesse mura, con protagonisti diversi, una fitta sconosciuta nella pancia della mamma avviserà che un bambino nascerà.

E poi, forse, un altro ancora.

Così per sempre, nei secoli dei secoli.

Amen.

Modern family e l’America di oggi

C’è una nuova serie americana che mi appassiona, prodotta con un gran sense of humour.

Noi la scarichiamo da Internet ma si può vedere sul canale satellitare Fox Life oppure in chiaro sul canale Cielo, ma non posso dire molto di più visto che in casa nostra la cara e vecchia televisione è stata portata via l’altro giorno dall’azienda rifiuti del comune.

Ed è un’assenza che non manca.

Anyway….

Modern Family parla di una famiglia allargata nell’America di oggi, e lo fa con sarcasmo, semplicità ma soprattutto con senso del reale, non a caso lo stile usato è chiamato mockumentary ovvero falso documentario.

Desperate Housewives è acuto nel caratterizzare i protagonisti ma ha storie troppo fantascientifiche per  essere credibili, in Cougar Town ogni personaggio è talmente sopra le righe da non aver la pretesa di essere reale, Ugly Betty era una caricatura del mondo fashion newyorkese e Sex and the city era troppo cult per inserirsi nel presente.

In Modern Family riconosco tante cose che vedo in America, vedo il troppo grasso dei protagonisti e la perenne, fastidiosa voglia di tenersi in allenamento, vedo la smania di competizione proiettata nei figli che devono per forza essere meglio degli altri, vedo tutte le incomprensioni dovute ad una genetica incapacità di comunicare.

Ma soprattutto vedo quello che succederà da noi nel giro di qualche decennio.

Vedo la realtà delle famiglie allargate, vedo i divorzi (in America il tasso è al 50%) e i secondi, terzi matrimoni, vedo il casino dei figli contesi e divisi tra i genitori, vedo i bambini sempre più grassi, vedo una generale ignoranza negli adolescenti; ma vedo anche più apertura al diverso, vedo possibilità di famiglia per i gay, vedo più colori.

Quando hanno portato i McDonald’s in Italia la gente pensava che avrebbero chiuso in un anno, eppure li hanno raddoppiati, quando hanno aperto Starbuck’s la gente si è sdegnata, ma ne apriranno sempre di più, i primi che festeggiavano Halloween venivano additati come bislacchi, ora tutti tengono in casa un cappello da strega.

Ma non è tanto il problema dell’America e la sua inarrestabile forza colonizzatrice, semmai siamo noi che non conosciamo più da dove veniamo, è il mondo intero che cambia e nessuno è in grado di fermarlo; in questo istante le mie parole sono già vecchie, qualcun’altro le avrà già scritte o dette in altre lingue.

Quindi, bacchettoni e conservatori di ogni quartiere: gettate le vostre bandiere e preparatevi…il nuovo avanza!