Quasi pronti…

Avessi saputo che il makeup del nuovo blog sarebbe durato quasi quanto la mia terza gravidanza, avrei iniziato il concepimento molto prima!

Ma…sia per quella reale che per quella virtuale siamo agli sgoccioli, e credo che la seconda batterà (ahimè) la prima al fotofinish. 

Quindi…nel giro di pochi giorni (ore?) vitadacasalinga tornerà operativo e dunque, oh voi fedelissimi, potrete riscrivervi per ottenere mie news in tempo reale.

La terzipara sdoppiata,

Erica 

 

 

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Basta con le pance piatte subito dopo il parto!

Il fatto quotidiano

Primo post di mia produzione apparso su Il Fatto quotidiano, che nel giro di poche ore ha raccolto più di settecento commenti e quasi mille condivisioni. I numeri sono stupefacenti ma cercherò di non farmi intimorire! Ecco a voi:

“Una notizia che di sportivo ha ben poco, mi ha ieri colpita navigando sul sito della Gazzetta dello Sport, e che così recitava: Wag mozzafiato a quattro giorni dal parto”.

Continua la lettura su Il fatto quotidiano

Michelle, questa volta…hai toppato!

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Michelle Hunziker, la brava e solare conduttrice svizzera è tornata al timone di Striscia la notizia dopo appena quattro giorni dal parto.

Sì, avete letto bene: quattro giorni!

Anche se in realtà, la televisione non l’aveva praticamente mai lasciata – facendo ben sperare gli arguti autori in un prossimo one-man-show direttamente dalla sala parto per l’eventuale terzo rampollo – considerato che subito dopo il parto, in linea con il trend del “vivo, clicco e condivido ” si era collegata dalla sua camera d’ospedale.

Per chi non è passato attraverso l’esperienza del parto naturale, è difficile capire lo stato d’animo in cui ci si trova, e benchè ognuno abbia percezioni ed esperienze diverse, con la mia prima figlia, dopo quindici ore di travaglio, ho passato i primi due giorni con la sensazione di essere stata colpita da un gancio di Mike Tyson.

All’epoca ero più giovane di Michelle, fisicamente in gamba e mentalmente pronta, ma dopo il parto ho vissuto ore di grande disorientamento e sfinimento.

Esiste un periodo temporale, chiamato puerperio e stimato intorno ai quaranta giorni, necessario ad ogni donna che ha partorito – dive nostrane e internazionali incluse – per riprendersi fisiologicamente dai nove mesi di gravidanza (in questa prospettiva quaranta giorni per rimettere le cose a posto, almeno internamente, sembrano niente) e nel quale viene raccomandato tanto riposo e cura di sé.

Il nostro pediatra, quando mi vide al rientro a casa, mi disse di piangere quanto volevo!

Michelle, invece, sostiene che tornando al lavoro a tempo di record, vuole dimostrare che “la maternità non è una malattia”.

Continua la lettura sull’Huffington Post, cliccando qui.

Quello che non ci hanno detto sul primo figlio

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Ottobre è  stato il mese delle nascite tra i miei amici e parenti. Una sfilza di neonati ha fatto l’ingresso nel nuovo mondo e per una volta ho vestito i graditi panni di attrice non protagonsita.

Tenevo il conto delle settimane, amniocentesi, ecografie specifiche, disturbi del primo, secondo e terzo trimestre. Ho cercato di essere presente – senza essere invadente – in un momento che alcuni chiamano ‘magico’ ma che io preferisco definire ‘logorante”.

Per una volta non ero io quella coi vestiti informi, il collo pieno delle ultime settimane, la faccia rotonda, le mani gonfie senza anelli e l’occhietto lucido da sonnolenza.

Tutte le donne alla prima gravidanza sanno che il primo e unico pensiero –  al di là di arredare la cameretta, farsi regalare il trio, preparare la valigia per l’ospedale – è (e qui è d’obbligo l’inflessione alla Fantozzi): il parto.

Il parto è una preoccupazione fissa, il traguardo agognato ma spesso temuto, al termine di nove lunghi mesi.

Ma al di là di come poi vada di per sé il parto, manca un anello nella catena delle informazioni in possesso delle neo mamme, eppure fondamentale quando si inizia la vita a tre: il parto non è niente in confronto al rientro a casa!

Quel che ho visto negli sguardi persi delle mie amiche, durante le visite dei primi giorni a casa per conoscere il piccolo, non era nulla di diverso da quello che vedevo in me stessa. Stesso smarrimento, stessa incertezza.

Più significativo però è che quando torni a trovarle un paio di mesi dopo la nascita, vedi che piano piano cominciano a realizzare che c’è ben oltre al cambiamento fisico, ai chili in eccesso, alle ragadi e ai punti del parto.

E’ il primo presagio che nulla sarà più come prima!

Il giorno in cui ci si sveglia con questa consapevolezza – per molti tanto brutale quanto una doccia fredda – l’ago della bilancia lo fanno le attitudini personali alla vita. La personale propensione cioè a vedere, nella definitiva svolta della propria esistenza, il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto.

Molte amiche mi dicono: “Non ho più tempo di fare nulla!”

Ed anziché ribadire con arguta saccenza:  “Carina, quando tu facevi ancora la bella vita, io sbroccavo in casa con le poppanti”, sorrido comprensiva e le rassicuro che è normale.

Perchè è altrettanto risaputo che dopo un po’ di tempo, la vita non completamente baby-oriented riprende il suo corso, sebbene da un punto diverso da dove la si era lasciata.

Avere figli dopo i trenta, dopo che si hanno gustato privilegi e libertà, può essere vissuto (ho sentito diverse mamme parlarne in questi termini) come una prigionia, dove la boccata d’aria quotidiana non è sufficiente a ristabilire il proprio equilibrio psico-fisico.

Anziché scambiarsi informazioni sugli ultimi modelli di passeggino o descrivendo storie a sfondo terroristico su parti di tre giorni, forse le neomamme dovrebbero aiutarsi nel prepararsi l’un l’altra su quello che succederà una volta tornate a casa, confortandosi nell’accettare il ridimensionamento dei propri spazi e desideri.

E una volta tanto, darsi una pacca sulla spalle e dirsi: “Coraggio, ce la farai anche tu!”.

L’uomo moderno e la paura del dolore

Rispetto a trent’anni fa, per lo meno in Italia, la scelta di partorire con l’epidurale è aumentata a livello esponenziale. Ora, sempre più donne sono disposte – piuttosto di non dover sopportare le lancinanti contrazioni del parto – a spendere (là dove non venga passata dal servizio sanitario locale) anche mille euro.

Dopo aver partorito, e le mie amiche dopo di me, ho tessuto fitte conversazioni ricche di dettagli sulla nascita delle mie figlie, da quando è iniziata la fase prodromica a quelle espulsiva.

Appena qualcuna partoriva, ci si domandava tra comari quanto avesse spinto, se l’avessero tagliata, se avesse sofferto, se si fosse fatta un clistere, quanti punti le avessero dato.

La morbosa attenzione verso questo genere di questioni è un fatto recente, poiché rimane l’unica vera prova per le giovani donne (se escludiamo chi sceglie l’epidurale) di affrontare un dolore fisico mai provato e di grande intensità, e quasi per esorcizzarne il ricordo o glorificarne l’impresa ci si perde in racconti epici per molti mesi a venire.

Quando si ha un accenno di mal di testa, non ci si pensa un minuto a prendere un analgesico; per il bruciore di stomaco sono in commercio molteplici antiacidi, e poi ci sono pasticche per il raffreddore, cerotti per i calli, creme per il mal di schiena e gocce per il mal d’orecchi, ci sono persino oli per le ragadi al senoinsomma a guardar bene, in ogni casa si potrebbe trovare una piccola farmacia di quartiere.

Nonostante non propenda al masochismo feroce e deprecando gli estremismi dove non ci si cura affatto, mi sembra che le società occidentali moderne siano in qualche modo terrorizzate dall’idea del dolore fisico, forse ancor di più che quello spirituale.

Rifiutando di affrontare il dolore non solo si rischia di assuefare il nostro corpo a medicinali di cui si può diventare via via sempre più dipendenti (America docet), ma si rinuncia ad allenare il proprio corpo a risolvere alcuni fastidi da sé.

Molti bambini soffrono di piccoli disturbi passeggeri che li infastidiscono quanto noi adulti, eppure – poichè a volte non riescono ad esprimere bene quello che sentono – li sopportano con grande dignità senza servirsi di antidolorifici.

Mi chiedo se il ricorrere a rimedi farmaceutici non sia frutto di una nuova filosofia di vita volta al desiderio di una vita ‘perfetta’ – o presunta tale – dove il dolore fisico è considerato una debolezza da non mostrare in pubblico e quindi da scacciare all’insorgere del primo sintomo.

Ritorno a casa con Julia

Pensavo ad un mio vecchio amico che a giorni diventerà padre per la prima volta.

Questa mattina il cielo è grigio e ventoso, e di riflesso la mente è tornata al giorno in cui siamo tornati a casa dall’ospedale con Julia.

Il ricordo è nitido nella mia mente come fosse ieri…

Il parto era stato da manuale, una dozzina di ore dall’inizio dei primi dolori, travaglio in acqua e con l’ausilio di un bel paio di forbici, Julia nasce.

Gioia, confusione, trambusto, sollievo e ancora gioia.

E incredulità, ma veramente l’ho fatta io?

Ogni donna che sperimenta un parto naturale conosce la sensazione di orgoglio per l’impresa compiuta.

Il problema è che nessuno ti prepara a quello che viene dopo.

La notte cala sull’ospedale, Doug va a casa, e di colpo mi ritrovo sola.

Sola non proprio. Con i dolori in ogni parte del corpo, l’adrenalina ancora in circolo, e naturalmente lei.

Che piange.

E non poco. Piange tutta notte.

Che fare? Nessuno mi aveva insegnato a calmare un bimbo che piange. Non so nemmeno tenerla in braccio, l’unica cosa che so è che devo stare attenta al collo.

Non conosco nemmeno filastrocche o ninnananne, l’unica che mi viene in mente fa: “ci son due coccodrilli ed un orangotango….” e sembra non funzionare.

Voi penserete che è la solita esagerazione per fare un po’ di spettacolo.

Nein.

Altrimenti non potrei dire che il giorno dopo, un paio di mamme mi hanno fermato chiedendomi: “Ah…allora era la tua bimba che piangeva ieri notte!”

Da allora sono un po’ suscettibile al pianto.

Ventiquattro ore dopo siamo in macchina che torniamo a casa. Ho la convinzione che una volta entrata in casa mia tutto si sistemerà, lì ho le mie cose, i miei comfort.

Voltiamo nella stradina che porta al cancello di casa ma c’è una macchina parcheggiata che ci impedisce di entrare.

Suoniamo il clacson più volte.

Niente.

Allora prendiamo l’ovetto -che pesa un fracasso di chili- e a piedi ci incamminiamo verso casa; io, un po’ claudicante per via di quelle forbici che citavo prima. Il vento soffia forte sollevando polvere e sporcizia, e una delle poche cose che ho sentito da qualche nonna è di non portare fuori i neonati quando c’è troppa aria.

Entro nel cortile di casa e la vicina siriana è alla finestra.

Lei: “Hai messo la panciera?”

Io: No.

Lei: “Eh, si vede…panciona!”

Inebetita, entro in casa.

Immediatamente sbuca la gatta dalla finestra miagolando impazzita, è due giorni che non ci vede e ha captato che c’è qualcosa di strano.

Dopo qualche minuto Julia esordisce con una grandissima cagata nera, meconio of course, e il fasciatoio con pannolini, garze, salviettine non è ancora operativo.

Il campanello suona.

Chi diavolo è? Non aspettiamo nessuno.

Mio nonno.

Naturalmente senza preavviso, vuol vedere la bambina ma di certo non la vuole sentire piangere; lui più di tutti detesta il pianto, sclera al primo versetto.

“Non glielo date il ciuccio?”  chiede fingendo noncuranza.

Capirà che al corso pre parto ci hanno ripetuto più volte di non dare il ciuccio nel primo mese di vita?

Secondo me, no.

Verso sera le cose si calmano un po’, mi addormento con Julia sul divano e dormo per qualche ora.

Poi d’improvviso mi sveglio, è notte ormai. Doug dorme in camera da letto. La casa è silenziosa, c’è solo una lampada accesa, mi giro e la vedo.

E’ ancora lì. Non si staccherà più da noi. Lei ci sopravvivrà.

E dipende da me in modo assoluto.

Boom. Quel senso immenso di responsabilità mi colpisce come un treno. Dentro di me c’è frastuono e paura.

Piango. Tutto sembra enorme ed io così impreparata.

Hey! Niente paura.

Il viaggio è lungo, a volte accidentato, pieno di curve, quasi mai lineare, ma è strepitoso e vale il biglietto.

E poi si sa, tutto passa e purtroppo in fretta.

 

 

Ieri, oggi e domani

Di ritorno dall’Ikea, dove ho comprato dei tappetini per il bagno in pendant con la mia nuova tazza del bagno -potrei essere più desperate housewife?-, penso alla gioia di fare acquisti.

O meglio…quando era una gioia acquistare qualcosa.

Con uno stipendio in due ogni volta che c’è da comprare qualcosa di “superfluo” la mente visualizza subito quella pagina web dal titolo minaccioso ‘estratto conto e lista movimenti’ .

E’ il divertimento sparisce.

Parliamo di abbigliamento.

Quando ero incinta della prima figlia avevo tenuto religiosamente tutti i vestiti che usavo prima della gravidanza, quando ancora ero normale,  magra non la sono mai stata, ero una a cui le commesse si riferivano come falsa magra .

Tenendo quei vestiti conservavo segretamente la speranza che un giorno ci sarei potuta tornare dentro.

Avete presente Miranda di Sex and the city quando parla dei suoi skinny jeans?

Anch’io avevo tenuto i miei jeans stretti.

Con la seconda gravidanza però sono diventata più realista e ho buttato via tutto; bisogna essere concreti, che poi uno si deprime nell’aprire l’armadio e vedere sempre quei pantaloni appesi a ricordarci beffardi che non torneremo più come prima.

E poi, in termini molto più da massaia, è roba che occupa un sacco di posto nell’armadio.

Ho anche buttato via quelle cose che mettevo per andare nei locali, tirare tardi e pretendere di non aver ancora compiuto trent’anni: minigonne, maglie aderenti, paillettes e varie. Non mi ci vedo più vestita così, non è un fatto di pudore o di depressione post partum, è una questione di decoro morale. Non si può rimanere ancorati al passato.

Il passato è stato grandioso, ma anche il presente lo è, in modo diverso.

Cambiare taglia in eccesso non è mai bello, ci vuole tempo per metabolizzarlo.

Non si dovrebbe fare acquisti subito dopo il parto, i fianchi sono più ampi e quell’irritante rotolo non accenna a sparire, in inverno siamo giallastre e quegli specchi al neon dei negozi evidenziano sempre quel punto nero sul naso o i baffi che ricrescono impietosi.

Se poi abbiamo la sfiga di incontrare, magari per strada con bambini strillanti al seguito, la fidanzata perfetta del nostro ex, quello che ci ha piantato e che se ci pensiamo ancora il nostro ego si duole, beh ci sono due possibilità: se lei non ci ha visto scappare nel primo borghetto con passo affrettato facendo la vaga oppure affrontarla di petto con un sorriso a quarantacinque denti.

Chi lo dice che in fondo non sia lei ad invidiare noi, lei che continua a insistere per farsi sposare e becca sempre dei no, lei che un mese sì e un mese no chiede se anche a lui non piacerebbero dei bambini un giorno, lei che è costretta a lustrarsi tutti i weekend per farsi notare da lui che sulla soglia dei quaranta fuma ancora le canne.

Credetemi, alla fine è stato meglio che vi abbia mollato.