Ultimo dell’anno con brivido

soufflè

Per visualizzare al meglio questa storia bisogna dividerla in due.

Nella prima parte, immaginarsi un family video, dove i protagonisti consumano, in un’atmosfera parisienne a lume di candela, una cena in famiglia con specialità francesi. Chou con mousse di salmone e prosciutto, soufflè al formaggio e champagne.

Una serata indolente con ottimo cibo e un’atmosfera domestica. Finita la cena, in programma la visione de ‘L’appartamento‘, un classico di Billy Wilder, non appena la tribù è a letto.

Ciak. Qui finisce il primo tempo e il proiezionista, per qualche ragione incomprensibile, cambia la pellicola all’inizio del secondo. 

“Wow, questo soufflè mi sta dando una reazione strana”.

“Tipo?”

“Mi prude la gola e anche il naso”.

“Uhm. Strano, cosa c’hai messo dentro?”

“Grana, uova e burro”.

“Bevi un goccio d’acqua e mangia un pezzo di pane”.

Passano quindici minuti, comincio a sparecchiare la tavola (perché nel family video si avvicina la parte dove sono già sotto le coperte a guardare il film) ma intanto tengo monitorato mio marito, allergico a un milione di cose ma non a quelle che abbiamo appena mangiato.

“Passa?”

“Mica tanto.”

“Mi raccomando, se peggiora, dammi un preavviso. Non come fai di solito, alla Bruce Willis, quando d’un tratto mi urli che dobbiamo scappare di casa per colpa di qualche catastrofe. Ti prego, preparami prima”.

“Va bene, ma stai tranquilla”.

Sono seduta per terra a sistemare delle pentole nella credenza, quando, fregandosene delle mie raccomandazioni, mi comunica perentorio:

“Vado all’ospedale. Mi si sta gonfiando la lingua e le mani sono diventate rosse”.

Pachidermica nel rialzarmi con pancione e acciacchi vari, sono già nel mood “pre cataclisma” , stavolta non si tratta di un’alluvione, nemmeno di un incendio, ma il pericolo ci attende, lo sento.

La beffa è che nel pomeriggio ho gridato alle mie figlie: “se vi fate male, passerete la notte dell’ultimo dell’anno in ospedale!”.

Una volta in piedi, lui mi dice: “Non me la sento di guidare, devi venire anche tu”.

Il che vuol dire paghi due e prendi quattro perché le bambine devono venire con noi. Ordino loro di metttersi le scarpe, ma mio marito grida “non c’è tempo”.

E’ entrato in modalità ‘Armageddon’.

Afferro le chiavi di casa, ed esco così come sono, in un lampo di genio vedo la luce accesa nella casa della vicina, entro come una furia in casa sua – le chiavi sono nella toppa – e farfuglio che mio marito sta avendo una reazione allergica e che mi dovrebbe tenere le bambine. 

Non saprei chi di noi due ha visto il fantasma più raccapricciante.

Claudicante, mi affretto alla macchina, per quel che posso fare con i miei dieci chili in più, sballonzolanti ad altezza panza.

Monto in macchina e torno ad essere l’Alonsa de noantri, a paletta per le strette viuzze liguri, deserte e buie, illuminate qua e là da luminarie di natale.

In meno di tre minuti sgommo davanti all’entrata del pronto soccorso. L’infermiere nel gabbiotto ha capito l’antifona ed è già scattato in piedi.

Solo adesso realizzo la mia mise festiva: crocs verdi di mio marito, calzettone di lana spesso un dito, leggins che arrivano al ginocchio e una truzzissima maglia marrone John Deer. Praticamente, l’apoteosi del white trash.

Mio marito è già sotto cortisone, e io attendo in sala d’attesa. Solo ora mi rendo conto che ho le mani che tremano.

Il resto del film ha un happy ending.

Dopo un’ora e mezza ci dimettono, lui sta bene ma resta il misterioso quesito su cosa abbia scatenato la reazione.

Nessuno mi biasimerà se una volta tornati a casa, mi sia concessa un altro bicchiere di Champagne.

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Quest’anno niente buoni propositi

capodanno

L’apoteosi del must be si conclude con le celebrazioni dell’ultimo dell’anno, a ognuno la sua: serata tra amici, festa in piazza, fine settimana romantico in coppia, mega party esclusivo, cena in famiglia.

Rimane, a mio avviso, la conclusione di un periodo di forzatura in cui se prima – a Natale – bisognava mostrare il proprio lato gaudente e zuccheroso, oggi si deve dar prova di mondanità, o per lo meno, fare qualcosa di speciale, che normalmente non si fa durante l’anno.

“Se fai sesso l’ultimo dell’anno lo fai tutto l’anno!” DOCET.

L’aspetto più fastidioso è l’idea di dover tirare una sorta di bilancio della propria vita nell’anno passato, come se davvero, il trentun dicembre fosse uno spartiacque tra passato e futuro.

Anch’io prima ero amante della contabilità dei pro e dei contro, a metà cena già un po’ alticcia, lanciavo la profetica frase “cosa ha rappresentato quest’anno per voi?”.

Era sorprendente sentire in quanti credessero che l’anno appena trascorso fosse stato un anno di merda!

Dare rilevanza a dei singoli eventi, magari non eccezionali di per sé, genera la convinzione a sottovalutarsi; in fin dei conti quel che si è fatto – anche se ci ha portato nel momento felicità – non sembra sufficiente per determinare la straordinarietà di un anno.

Ecco perchè fare bilanci è una str***ata!

Perché almeno che non si sia scalato l’Everest in inverno senza bombole, non si abbia avvistato i gorilla in Uganda strisciando nella jungla all’alba o vinto il premio Pulizer, il resto sembra di una mediocrità irrilevante.

L’unico anno dove mi è sembrato di spaccare il mondo è stato il 2000 quando sono andata all’estero mollando tutto; gli anni a venire, non sono più sembrati così luminosi e scintillanti. Eppure ho fatto molti viaggi, trovato un uomo che da solo vale la lotteria di capodanno, sono andata a vivere al mare, ho avuto due figlie meravigliose e ne ho uno in arrivo.

E siccome i buoni propositi per l’anno nuovo sono sempre in rialzo “farò quel viaggio in camper che non ho mai fatto”, “dedicherò più tempo a mia moglie”, “smetterò di fumare” e durano il tempo di una dieta (cioè iniziano il lunedì e finiscono il martedì ), io ho deciso di non farne nemmeno uno.

Mi concentrerò sul presente, lavorando a un futuro vicinissimo, giorno dopo giorno a testa bassa, per raggiungere la grande bellezza.

Se la colpa la diamo agli altri

Esattamente un anno fa mi commiseravo per la mia condizione senza via d’uscita, a casa con due figlie piccole, giornate buie ed interminabili nell’inverno padano, silenziose ore chiusa in casa e nessun progetto all’orizzonte.

La depressione che incalzava, vecchie paure che bussavano alla porta e alla disperata ricerca di qualcuno da incolpare.

Mio marito, che aveva il lusso di andare a lavorare e incontrare gente intellettualmente stimolante, mentre io rimanevo bloccata in casa, con due mostriciattoli urlanti e la tetta sempre a disposizione.
La mia famiglia, che non capiva l’entità del mio disagio e latitava nelle visite di ‘cortesia’.
Le mie amiche, che nonostante la maternità, erano tornate a lavorare e non si rendevano conto della fortuna che avevano di evadere dalle mura domestiche, anche solo per un part-time.
Il mondo, che si ostinava a pensare che una donna in casa con due figlie piccole, fosse una privilegiata con un mucchio di tempo a disposizione.

Forse qualcuno non era esente da colpe, ma ciò non bastava a renderli tutti capri espiatori per il pantano in cui mi trovavo.

Perché è così irresistibile incolpare gli altri per quello che non va nella nostra vita?

Dare la colpa agli altri è una tentazione irresistibile che ci sgrava dallo scavare nelle profondità della nostra anima; cominciare dal non puntare il dito verso l’esterno ma verso di noi, è l’inizio di un cammino maledettamente travagliato.
Durante il viaggio, è probabile che non tutte le scoperte siano di facile digestione, o scevre da sofferenza, ma con la giusta umiltà e determinazione, permetteranno di scrollarsi di dosso rabbia e vittimismo.
Decidere di arruolarsi in prima linea può spaventare perché obbliga a non trovare scuse né scorciatoie per le scelte che da quel momento faremo, tuttavia regala anche la grande consapevolezza di poter fare qualsiasi cosa.
Il trentun dicembre di un anno fa, ero a letto alle dieci e mezza triste e rancorosa, dopo aver consumato un frugale pasto freddo nella mia casa padana, i botti sui balconi tutt’intorno annunciavano che un nuovo anno era iniziato, ma ignoravo cosa avesse per me.

Un anno dopo, la mia vita si è completamente stravolta, a partire dal felice addio alla terra padana.

Il trentun dicembre di quest’anno, la mia nuova casa ligure era piena di risa, vino e leccornie, e il pantano è oramai alle mie spalle.

Ho dovuto riconoscere che senza aiuto dal pantano non si esce, che ricevere implica dare, che i brontolii fanno male solo a chi li fa e che alle volte, un bel calcio nel culo, fa solo che bene.

E un passo dopo l’altro, si può andare molto lontano.