Barbecue in America

27 mag

Nel giro di qualche ora avremo a pranzo alcuni amici liguri, neofiti del barbecue american style.

Se pensando alla grigliata italiana le prime cose che saltano in mente sono: salsicce e braciole, nel cook- out americano non si può prescindere dal burger.

Il barbecue in America è la vera anima della cucina tradizionale.

Il barbecue può variare in base alla classe sociale di chi lo serve: salendo di status, si può trovare come accompagnamento alla carne, (oltre alle onnipresenti chips, che sono servite anche dagli Obama, ci scommetterei l’osso del collo) piatti più internazionali come l’insalata caprese e verrà servito Chardonnay invece che birra.

Il bere va sempre forte in America, e non è cosa nuova, gli adolescenti di cinquant’anni fa sono cresciuti col mito del bourbon e whiskey tracannati dalle star di Hollywood; tutti sanno che gli americani non sono un popolo astemio, ma oggi sembra che bere in compagnia sempre più un must.

I primi anni in cui venivo invitata ai barbecue in America, si beveva della gran birra sommersa dal ghiaccio nei giganteschi igloo a disposizione di tutti; ultimamente ho notato che i cocktail vanno per la maggiore, miscele esplosive di vodka alla frutta, o rhum a seconda dei gusti, conditi da mirtilli o lamponi, per garantire il giusto apporto di vitamine. 

Dopo qualche ora e svariati cocktailoni  vitaminici, se sei tra i pochi ad essere rimasto sobrio, gli invitati cominciano a vagare per il giardino con lo sguardo acquoso e l’atmosfera viene rotta da qualche risata sguaiata, decisamente troppo alta.

Quando incontro degli americani in vacanza in Italia, una delle prime cose che mi chiedono è perché gli italiani non bevono (certo, le ultime statistiche sui giovani potrebbe smentirli).

Non è che gli italiani non bevono, gli italiani propendono più per il social drinking, vino e chiacchiere in un lasso di tempo di ore e ore.

Solo negli ultimi anni delle mie gozzoviglie alcoliche ho iniziato a notare gli shots (o chupitos che dir si voglia) ai banconi del bar, mentre in America farsi un bel po’ di questi cicchetti (che con fantasia tipicamente anglosassone vengono messi anche nelle pinte di birra) è normale amministrazione.

Potrei divagare parlando di certe pratiche poco ortodosse che si è costretti a fare se si vuole entrare nelle confraternite universitarie o quello che avviene durante lo spring break (pausa di primavera degli universitari), dove ogni anni c’è chi muore per il troppo alcool, ma non voglio rovinare la santa domenica…

Mi sono spesso chiesta se tutto questo bere non sia un modo per sopportarsi meglio, per evitare il vuoto nelle relazioni e la mancanza di comunicazioni, per mantenere ad ogni costo la perfetta facciata borghese.

Se un americano venisse a una grigliata in Italia, oltre a sorprendersi della colorazione tendente al viola dei denti degli invitati, noterebbe maniere poco eleganti, sarebbe assordato dal rumore delle grida e probabilmente gli verrebbero chieste cose un tantino sconvenienti.

L’America è un paese dove la forma e le buone maniere è ancora parte del sociale (per lo meno di una buona fetta della popolazione benestante), e sarà forse per questo che non mi sono mai divertita nel partecipare alle feste giardino, troppo autocontrollo per una buzzurra come me.

Ecco perché in un ristorante di Charleston, nel sud degli Stati Uniti, che serviva costolette di maiale marinate in salsa barbecue (un’istituzione) e dove campeggiava sopra i tavoli l’invito “se non vi sporcate per bene, non ve le godete”, mi sono sentita finalmente a casa.

   

   

 

 

 

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Cambiamenti di vita

24 mag

La sensazione di precarietà che dà vivere in affitto, ultimamento mi ha creato un certo fastidio. Mentre quasi tutti i miei amici si sono accomodati in case di genitori, nonni, zii; noi ancora ci trasciniamo di casa in casa senza fissa dimora.

Il più delle volte la gente teme i cambiamenti, poiché si adagia nel caldo abbraccio della tranquillità data da una situazione certa.

Possono i cambiamenti definirci come persone?

Io credo di sì.

La mia prima casa in affitto, era uno scantinato sistemato ad appartamento nella periferia di Dublino, il riscaldamento – nel gelido inverno irlandese – andava per tre ore al giorno e una volta tornata in Italia tutti i miei vestiti puzzavano di muffa. La doccia era così piccola che non potevi lavarti i capelli con i gomiti aperti, eppure in quella casa ignobile conservo i ricordi più cari di tutta la vita, è lì, nelle lunghe giornate solitarie, che ho imparato di quale pasta fossi fatta.

La seconda casa era un bell’appartamento nel quartiere oltretorrente di P., e ci andai a vivere con un’amica; siccome all’epoca ero single le feci scegliere la camera matrimoniale ed io mi accontentai della cameretta (dove trovai una serie di ricordini lasciati dal teenager che vi aveva abitato prima, come lettere d’amore  mai spedite, marijuana e giornaletti spinti). La casa era veramente carina, peccato per i ratti che bazzicavano di notte nel piazzale sottostante. E’ molto più difficile rispettare le abitudini e gli stili di vita di qualcuno a cui non si è legati da un rapporto d’amore o famigliare, in fondo non si perderebbe nulla a mandarsi a quel paese…ma se si riesce a superare le barriere dell’altro, il rapporto che ne scaturisce sarà per sempre.

La mia terza casa l’ho vista un pomeriggio di novembre alla luce di un accendino, e praticamente nell’oscurità, ho detto sì. Era la casa in cui sono andata a convivere con un giovane americano da poco conosciuto, che presto sarebbe diventato mio marito. Era un appartamento in centro, buio e muffoso, di trentacinque metri quadri, e per vicini avevamo prostitute cubane molto attente al loro fisico (facevano gli addominali in terrazza tra un cliente e l’altro) e di solito le cercavano al nostro campanello perché eravamo gli unici con un cognome straniero. Cosa ho imparato da quell’esperienza? Beh, se riesci a vivere con un uomo in trentacinque metri quadrati, te lo puoi anche sposare.

E infatti nella casa numero quattro ci siamo sposati. Il miglioramento era palpabile. Casetta indipendente composta da tre appartamenti, a noi spettava quello con il giardino privato. Qui, abbiamo festeggiato il nostro matrimonio, servito tacchini da otto chili e cotto hamburgers per un reggimento, è qui abbiamo concepito le nostre figlie. Dalla casetta di fianco all’ospedale, ho imparato l’amore per le piante e capito che non sarei più tornata in appartamento…

Questa è la quinta casa e come tutte le altre non è nostra. Ma per ora siamo qui, e se escludiamo l’alluvione, il miglioramento di vita è esponenziale.

Sarei oggi la stessa persona se non avessi vissuto queste esperienze?

Oppure ho vissuto tutto questo, non potendo prescindere dalla mia natura?

C’è chi vivrà nella stessa casa fino alla fine dei suoi giorni, andando a lavorare nello stesso posto di lavoro e col sorriso stampato in volto; e chi come me, nell’inseguire sempre nuovi impulsi sarà destinato ad una vita con meno certezze  ma piena di esperienze.

E per chi si domanda cosa sia in definitiva meglio, vada a chiederlo a Marzullo.

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Matrimoni in Italia

21 mag

Il primo segno di cambiamento l’ho percepito ricevendo il doppio invito: uno per la cerimonia e l’altro per la festa vera e propria. Non tutti ricevevano entrambi, ma sicuramente a chi aveva figli non veniva recapitato il secondo.

Ora il matrimonio kids-free ha subìto una nuova virata verso un’intolleranza ancora più sfacciata; qualche giorno fa un’amica si è vista recapitare una busta color avorio, sobria ed elegante, dove in fondo all’invito campeggiava il chiarissimo diktat: “bambini non invitati”.

Per primi furono gli ebrei a non essere ammessi nei negozi, poi fu la volta dei comunisti nelle chiese, adesso sono i bambini ai matrimoni.

Dietro uno stupido, seppur sempre più frequente diniego di portare i propri figli a feste di matrimonio di ragazzoni mai cresciuti (si parla di quarantenni al primo sì) si cela un concetto di vita sbagliato e pericoloso, nonché anacronistico.

A quarant’anni le probabilità di avere invitati con prole – con figli già alle medie! – è piuttosto elevata, ma se anche fosse il caso di neonati vomitosi che strillano in chiesa, non vedo dove stia il problema, eccetto che l’urletto in chiesa del poppante, nel bel mezzo di arpe e cori gregoriani fa poco fashion, lo ammetto.

(E allora cari sposi, come regalo di nozze, vi auguro con tutto il cuore di non fare figli e di spendere i vostri soldi in avvocati divorzisti).

Ma al giorno d’oggi ci sono in giro diverse alternative per ovviare alle scorribande di bambini stanchi al ristorante e genitori ingolfati dal cibo ed alienati dai figli…

Questa domenica siamo stati al matrimonio di un cugino e per la prima volta abbiamo goduto dei servizi di baby sitters accomodanti che mentre noi mangiavamo intrattenevano i più piccoli; dopo l’aperitivo servito nel giardino, un tantino annebbiata dai bicchieri di prosecco che continuavano ad arrivare nelle mie mani come se piovesse, ho visto sparire le mie figlie.

Lo ammetto, io sono una mamma vecchio stampo con un’eccessiva mania del controllo, e l’idea di non avere sottomano le mie “creature” mi destabilizza.

Ma se togliamo le incursioni in segreto nel bunker al primo piano per spiare cosa combinassero e i continui “ma staranno bene?” sussurrati a mio marito, la presenza delle tre tate ci ha permesso di mangiare come due fidanzatini in libera uscita e parlare con gli altri convitati.

Tuttavia mi domando: perché c’è questa smania insistente di liberarci dei nostri figli? Da dove nasce il desiderio impellente del divertimento sfrenato che in loro presenza si pensa non poter avere? 

Prima dell’arrivo delle tate mia figlia stava giocando divinamente con un’altra cuginetta e avrebbe continuato a fare così per tutto il resto della serata, ( la piccola le avrebbe seguite entrambe); anche se fossimo stati sotto lo stesso tetto, sono certa che non mi avrebbero dato fastidio perché anche se sono piccole, non sono sceme e vogliono divertirsi tanto quanto i grandi, e stare con degli adulti che parlano di politica, malattia e meteo non corrisponde di certo al loro ideale di svago.

Insegnare ai nostri figli a convivere con il mondo degli adulti, senza necessariamente farne parte, è l’inizio per fargli capire la loro posizione nel mondo. Non fargli vivere l’esperienza di mangiare patatine fritte e burgers con le forme dei cartoni, tatuaggi con la polvere di stelle e la musica dello Zecchino d’oro ad una festa di matrimonio, non sarà un grande trauma.

Bisogna tuttavia fare attenzione a questi messaggi che dicono tanto sulla società in cui viviamo…

Oggi sono i bambini a non essere voluti ad una festa.

E se domani fossero gli sposati? Le donne? I neri?    

   

 

 

 

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Disciplina = Nazismo?

18 mag

Essere genitori severi e rigorosi a noi piace.

Ci piace dare delle regole e fare in modo che le nostre figlie le seguano.

Crediamo nella coerenza e nel rispetto dei ruoli.

Molti nostri amici, anche se non lo confesserebbero mai, nell’intimità delle mura domestiche pensano che cresciamo le nostre figlie all’insegna di pratiche vagamente nazifasciste: rigore, abitudini, osservanza dei principi.

Ma noi ci crogioliamo nelle buone maniere che le nostre figlie mostrano in società. Possiamo portarle per bar e sapere che resteranno con noi senza doverci alzare trecentocinquantasette volte dal tavolo, possiamo avere gente a cena e sapere che giocheranno con gli altri bambini condividendo i loro giochi senza pianti isterici al grido “E’ mio!”, possiamo andare in vacanza e sapere con non avranno il trauma di cambiare letto restando sveglie tutta notte.

Sarà anche un concetto all’antica, ma le nostre figlie riconoscono in noi l’autorità; è una nozione semplice ma che regala grandi soddisfazioni e libertà ai genitori.

Eravamo convinti che la primogenita fosse tough, come dicono gli americani, tosta, ma con un bel po’ di fatica siamo riusciti a placare alcuni suoi istinti decisamente deprecabili.

Poi è arrivata la seconda: il bulldozer. Perché dove passa lei non cresce più erba.

E le regole, il rigore, la disciplina, sono andati a farsi fottere.

Abbiamo provato con le buone – ma sopratutto con le cattive – a instradare quest’anima persa. Abbiamo urlato, abbiamo punito, abbiamo tolto il “lamby” – l’agnellino puzzolente, il suo grande amore  -, abbiamo lasciato piatti vuoti davanti al suo viso impassibile, abbiamo ricattato, abbiamo implorato.

E poi abbiamo capito.

Ci sono bambini che non possono essere confinati dentro metodi per loro non adatti.

Quando ho visto Sofia, dopo quasi un anno, continuare ad alzarsi sulla sedia, muoversi, agitarsi e mangiare in piedi, ho capito che avrebbe smesso, e cominciato a mangiare seduta, solamente quando avrebbe deciso lei.

Si deve instradare ed educare i propri figli con quanto senso etico si creda; ma non si può ingabbiarli e renderli delle scimmiette ammaestrate.

E in questo sta la differenza tra noi e un nazifascista.

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Felicità senza prezzo

15 mag

Questo pomeriggio mi sentivo irrequieta.

La grande era ancora all’asilo, la piccola dormiva, e mio marito traduceva in inglese l’interminabile libro di uno scrittore passato a miglior vita.

Non sapevo che fare. Quando propendo per una pennica dopo pranzo non riesco a riposare bene, saranno gli uccellini che cantano senza sosta, i raggi del sole che entrano in camera o gli alberi da frutto smossi dall’aria leggera, ma quando dormo di pomeriggio sento il peso del senso di colpa che latente, fatica ad andarsene.

Oggi il sole era alto, ben oltre le montagne circostanti.

Allora ho indossato il costume rosso con i lustrini, che ancora non avevo lavato da sabato mattina, ho arraffato il primo telo mare rimasto sulla sedia, ho detto goodbye allo stoico lavoratore e sono scesa in spiaggia.

Perché diavolo non dovrei godermi un pomeriggio di maggio sulla sabbia se mi sono trasferita al mare?

In spiaggia non c’era quasi nessuno. Qualcuno del posto, già molto abbronzato, alcuni impiegati in pausa pranzo che mangiavano insalate da una vaschetta di plastica, e il solito cagnolino che abbaia giocoso a tutti i bagnanti ogni sacrosanto giorno dell’anno. 

Il mare era leggermente increspato, una fresca brezza, residuo di una primavera non ancora finita, soffiava dai monti.

Mi sono adagiata sull’asciugamano, ho tirato fuori il libro e ho goduto ogni singolo istante di quel silenzio di pace.

Ripensandoci a lungo, credo di non essermi mai trovata da sola a crogiolarmi al sole, c’era sempre qualcuno con me a dividere la tintarella. 

Quando ti sposi e cominci a metter su famiglia, la gente che ancora fa tardi la sera o spera un giorno di trovare l’elisir di eterna giovinezza, dice che la tua vita è finita.

Per lo meno un certo tipo di vita che si condivideva insieme.

Quando si decide di “diventare grandi” spesso si sente dire che ora arrivano le responsabilità (come se avere tra le braccia un fagotto di qualche chilo non ti faccia già arrivare a questa conclusione! ) e di prepararsi ad una vita fatta di rinunce e doveri.

Pare che “diventare grandi” non sia un affare divertente. E che non ci sarà mai più spazio per vivere nuove avventure.

Pare.

Ma oggi pomeriggio, sola e senza neanche un pensiero per la testa, mi sentivo fottutamente felice.

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Diventare ricchi in America

13 mag

Planet UsA

Succede in America che se decidete di visitare tutti gli stadi di baseball prima di morire possiate – per il semplice fatto di essere amico col vostro vicino di casa – essere scarrozzati per le vie di Los Angeles a bordo di una Maserati guidata da una delle famiglie più ricche d’America. E che poi questa adorabile coppia di settantenni vi faccia visitare la propria casa-museo contenente opere originali di Toulouse Lautrec e Picasso, dandovi anche la possibilità di vedere la partita di baseball nella suite presidenziale del Dodgers Stadium con tanto di camerieri pronti a riempiervi, ad ogni vostro cenno, un altro bicchiere di Champagne.

Oppure casa vostra può trovarsi di fianco a una delle case più belle d’America, quelle che compaiono nelle riviste più esclusive di architettura, dove il giardiniere ha una stanza tutta per lui.

Succede sempre in America che un vostro amico abbia lo schiribizzo di vedere a tutti i costi un musical a New York City e che non ci voglia andare da solo, e allora, vi proponga di volare con il suo aereo privato nella grande mela, dove un autista vi aspetta direttamente sulla pista di atterraggio per portarvi a Broadway.

E se invece volete andare a vedere una partita dei Cardinals, non vi basta che telefonare alla vostra vicina che, amica intima dei proprietari del team di Saint Louis, vi farà trovare un posto a uno sputo di distanza da Albert Pujols (che sarebbe come essere a pochi metri di distanza Totti o Messi).

Non incappate nell’errore di credere che siano persone inaccessibili, molti di questi personaggi in stile “Dallas” li ho conosciuti anch’io, modesta figlia di impiegati sessantottini perché per ogni Agnelli o Berlusconi d’Italia ce ne sono centinaia di migliaia in America, e non stiamo parlando neanche dei più ricchi.

Eh, già. Questa è l’America… la terra dove tutto è possibile, dove le idee brillanti trovano spazio per diventare prodotti esportati in tutto il mondo.   

Solo in America, un marketing guru come Seth Godin può andare in giro a parlare di come migliorare se stessi e il proprio business, vantare numerosi bestsellers e scrivere un blog con oltre 4000 posts, decretare linee guida – che poi giovani fiduciosi seguiranno alla lettera – per diventare vincenti.  

Seth Godin ha scritto qualche giorno fa nel suo blog “come fare soldi online” e devo ammettere che per una profana di origine italiana come me, alcuni concetti tuonano un po’ come I dieci comandamenti.

Uno: arrichisciti lentamente. Due: fidelizza il tuo pubblico. Tre: specializzati fino alla nausea. Quattro: costruisciti una buona reputazione. Cinque: conduci. Sei: sbaglia e sbaglia spesso. Sette: frequenta persone disposte a lavorare sodo e impara da loro. Otto: pensa in grande. Nove: diventa il migliore in qualcosa che la gente ritiene importante. Dieci: non smettere mai di imparare.”

L’America odierna non è terra di romanticismo e poesia. L’America di oggi è un paese pragmatico dove carriera e successo (stabilito unicamente nel guadagno ottenuto) sono il più grande valore che accomuna le persone.

E se per certi versi può risultare irritante dover sempre guardare a ovest per trovare nuove idee, filosofie, ispirazione, la certezza che l’America sia ancora la terra delle opportunità, dove chi è bravo va avanti – anche se non è amico di nessuno – dovrebbe almeno spronarci a sperare in qualcosa di meglio per il nostro bellissimo, addormentato paese.

   

 

 

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Shopping tra figli, genitori e nonni

10 mag

Ieri pomeriggio sono andata a comprare un paio di scarpe alle bambine con mia madre, promotrice dell’idea nonché sponsor economico.

Mentre con Julia stavamo selezionando quali scarpe le piacessero di più, mia madre ha adocchiato un paio di sandali bianchi, di quelli riprodotti da un modello per adulti e trasformati per piacere a un pubblico più piccolo.

Erano indubbiamente deliziosi, scoprivano il piedino ma ne fasciavano la caviglia con due nastri di pelle incrociati; a me piacevano perché sposavano il mio gusto di donna cresciuta, ma ero sicura che non sarebbe stato lo stesso per mia figlia.

Lei avrebbe scelto quelli con cuori, fiori o brillantini. Mia madre però, enstusiasta come sempre quando deve comprare qualcosa alle nipoti, ha cominciato ad esclamare, in un’ottava più alta: “Guarda July, NON ti piacciono questi? Ti stanno PROPRIO bene!”

Ricordo bene quando da bambina andavo a fare shopping con mia madre e, alle volte, mia nonna; capivo altrettanto bene quanto fosse eccezionale quel momento, progettato dai miei dopo lo stipendio o qualche premio incentivante.

E nonostante quasi tutti i bambini siano felici quando vanno a fare compere con genitori e nonni accomodanti, io avvertivo già allora la pressione di non poter scegliere liberamente.

Mia madre e mia nonna avevano gusti diversi dai miei, e inconsapevolmente, cercavano di indirizzarmi verso le loro preferenze.

La forza psicologica di un adulto rispetto ad un bambino è infinitamente superiore, un adulto ha a disposizione una quantità enorme di trucchi lingustici per poter annientare qualsiasi tentativo di dissenso di un bambino.

E visto che io ero una bambina molto docile – termine che farebbe ribaltare in due dalle risate ora – difficilmente tornavo a casa con il pezzo che  veramente mi piaceva, preferendo di gran lunga accontentare le preferenze degli adulti intorno a me.

I figli acquisiscono da noi, sia geneticamente che dall’esempio, tantissime caratteristiche, anche quelle che non vorremmo tramandargli; ma qualche volta, hanno la capacità di essere immensamente più intelligenti di noi.

Così, quando sua nonna insisteva sul paio di sandali stile adulto in formato bambina, Julia ha atteso un pochino, in silenzio a testa bassa. Poi, alla domanda: “Allora, non sono belli? Li compriamo?” lei, candidamente ma con inequivocabile fermezza ha detto: “No, non mi piacciono”.

Ed è tornata a casa col paio che piacevano a lei. Quelli con i cuori luccicanti.

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